SALVATI DA CONFINDUSTRIA ?

Pare perlomeno bizzarra l’idea che, nel bel mezzo di una crisi economica nazionale e mondiale, di una gravità, questo è oramai palese, senza precedenti, il paese percepisca una responsabilità di tali accadimenti, da attribuire alle grandi imprese, all’industria, pari al 2%.( Ipsos per Ballarò )

Ed è bravissima la  Marcegaglia, regina di Confindustria, che continua, in una sua azione camaleontica, a spostare l’attenzione e le responsabilità di quanto in essere, solo ed esclusivamente sulle spalle di un governo italiano mai come adesso, da parte sua, debole, inguardabile e senza un briciolo di credibilità.

In realtà, in un momento di crisi del sistema, in Italia, assistiamo al venir meno di quell’ossatura che dovrebbe essere rappresentata dal sistema produttivo, sistema che per anni, ci hanno raccontato, indispensabile proteggere per mezzo di leggi ed elargizioni statali, spesso a discapito degli stessi lavoratori, affinché in tempi bui avesse potuto garantire il benessere minimo almeno alle fasce deboli della società.

Proviamo però a fare un passo indietro ed analizzare , sommariamente, come il sistema industriale italiano sia arrivato in queste condizioni all’appuntamento che, invece di soggetto da difendere, avrebbe dovuto vederlo primo e forte soggetto difensore del lavoro e sostegno granitico al tessuto sociale nazionale.

Tra la fine degli anni ’60 ed i primi ‘ 70 il sistema industriale e d’impresa, mondiale ed italiano, è caratterizzato, ancora, da una rigida teoria neomeccanicistica dell’organizzazione e dei fini prefissati, con un approccio organizzativo analitico che riecheggia i modelli americani.

Nel mondo della politica e delle istituzioni, sotto la spinta di movimenti politici e d’opinione, comincia a parlarsi di cultura socio-politica  ed analisi sociale.

In quegli anni comincia a prendere vita la “ Teoria generale dei sistemi, ( TGS  )“ vero e proprio manuale mondiale delle teorie organizzative di aziende, imprese, industrie.

Le principali tendenze organizzative, all’interno della TGS, potevano essere semplificate in tre gruppi, quella “ modernista, neomodernista e postmodernista”

1) ( ante ‘ 30 ) La teoria o prospettiva modernista trovava e trova fondamento sulle idee di Taylor che vedono l’uomo come prolungamento della macchina, soggetto alle esigenze organizzative di questa.

Unicità di metodo per raggiungere lo scopo e massimizzazione del guadagno economico sono i binari su cui si muove il taylorismo.

Il sistema impresa, aziendale, industriale è indipendente da variabili e sistemi esterni alla produzione ed all’azienda.

2) ( fine ‘ 30 metà ‘ 80 ) La teoria neo modernista, basa il suo essere sul concetto di organicità dell’organizzazione ( E. Mayo ) e sul “sistema socio-tecnico” prodotto dal Tavistock Institute.

L’uomo e la donna non più macchine ma esseri pensanti da relazionare.

Il sistema impresa non è più isolato rispetto all’esterno. I sistemi ed i soggetti collaterali, divengono motore fondamentale per lo stesso progredire dell’azienda.

Il sistema produttivo si apre andando ad interagire con altri sistemi attraverso delle regole non prefissate, ma costruite a seguito di analisi e conoscenza.

La presa in considerazione dell’ambiente esterno, crea la necessità di una organizzazione flessibile capace di adattarsi ed in grado di analizzare gli in-put dall’esterno.

Si costruisce un sistema socio/tecnico composto da una struttura organizzativa ed una tecnologica.

L’organizzazione interna deve fare adesso, attraverso una comunicazione che rimane verticale,  da collante tra le due strutture per riuscire ad equilibrare il guadagno dell’impresa e la soddisfazione del soggetto dipendente.

3) ( da metà ‘ 80 )  La terza teoria, quella post modernista, è definita auto poietica.

Qualità, servizi, iper competitività, concorrenza, richiedono all’impresa continua innovazione, privilegio della qualità sulla quantità, ricollocazione del ruolo del dipendente, necessità di aggiornamento del  know how.

L’organizzazione interna diviene reticolare, la comunicazione orizzontale, con un conseguente decentramento delle responsabilità e del valore dell’azione.

In tale sistema, perde di rilevanza la negoziazione e la risoluzione dei contratti che regolano i rapporti.

La Teoria generale dei sistemi si trova, così, a dover affrontare, intorno alla metà degli anni ’80, primi ‘ 90,  il problema della “ complessità del sistema “.

La realtà esterna all’azienda, non è più un insieme di dati da elaborare e trasformare in strategia, ma, essa stessa impresa, una rete di connessioni indispensabili per lo stessa sopravvivenza dell’industria.

Il sistema diviene così “ auto poietico” , capace, attraverso trasformazioni naturali, di auto rigenerarsi ed adattarsi ad impreviste problematiche, senza l’imposizione di regole dall’esterno.

L’organizzazione diviene relazione e l’azione umana ha come unico limite il mantenimento dell’identità del sistema.

Tale teoria, che peraltro caratterizza la nostra contemporaneità, e che ha trovato terreno ideale nella globalizzazione, se da un lato costringe il dipendente ad una indeterminatezza di fini e risultati, dall’altro, pare regalargli una libertà senza precedenti caratterizzata da un fortissimo ridisegno delle relazioni.

Questa veloce, certamente incompleta, noiosa, ma necessaria schematizzazione dell’evoluzione del sistema impresa internazionale ed italiano, ci porta dritti al cuore del problema.

Come hanno affrontato, qualora lo abbiano fatto, le aziende italiane, il passaggio dal secondo al terzo stadio della “ Teoria dei Sistemi” ? Al frettoloso abbandono in Italia del sistema Socio-Tecnico delle aziende, è seguita una adeguata applicazione di quei parametri che avrebbero dovuto trasformare e trasportare le aziende nel sistema globale, nell’era del Postmodernismo industriale ?

Se dobbiamo basare, come è giusto che sia, la risposta a tali domande, sui risultati ottenuti dal nostro sistema industria, questa non può che essere : certamente in modo colpevolmente deficitario.

Le grandi imprese italiane, coperte, da un lato, dall’ignoranza e dall’indolenza verso la conoscenza dei problemi reali, extragossip, e dall’arroganza, dalla malafede e dall’opportunismo dei loro condottieri , dall’altro, per anni, hanno continuato a rappresentare la globalizzazione come un nuovo mondo, privo di regole e di regolatori, corrente di fiume dal quale lasciarsi trasportare e al quale inutile opporsi.

Niente più falso di tutto ciò.

Il Sistema Auto poietico, qualora lo si voglia adottare, necessita di sforzi, da parte di una azienda, multipli rispetto a quelli necessari per una impresa che continui ad utilizzare un sistema socio-tecnico.

Un sistema organizzativo avanzato che voglia risultare competitivo nel mercato globalizzato, non può prescindere dall’inserirsi in un sistema rete più ampio, ottimizzare, istruire e razionalizzare la manodopera, deve confidare nell’out sourcing , affidando all’esterno attività complementari alla produzione che generino mercato e posti di lavoro ( indotto), nell’aggiornamento del Know how,  nella condivisione istantanea delle informazioni e nella loro gestione, nello sviluppo della cultura aziendale, nell’applicazione della metodologia del “problem setting” ovvero nell’analisi approfondita dei disagi e delle difficoltà dell’azienda e nel conseguente studio delle migliori azioni da intraprendere per la risoluzione dei problemi, nell’applicazione del Knowledge managment , ossia  un continuo aggiornamento della conoscenza dell’ azienda stessa.

In un paese che avesse bramato stare al passo con i tempi, parole come quelle sopra snocciolate, avrebbero dovuto, negli anni passati, riempire le orecchie del cittadino italiano,  dei lavoratori, degli studenti, paroloni in lingua straniera, invece, quasi per niente pronunciati nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nelle industrie, nelle p.m. Imprese.

Salta all’occhio come, di fronte alla necessità di dotarsi di tutta questa “ struttura”, capace non solo di far progredire l’impresa nel sistema mercato globale, ma anche di difenderla ( altrimenti il sistema Auto poietico sarebbe di per sé una bufala ) nei momenti meno felici, il sistema industriale italiano abbia saputo rispondere semplicemente ed esclusivamente, con lo smantellamento  delle imprese, la delocalizzazione all’estero in cerca di manodopera a basso costo, la parcellizzazione delle aziende attribuendo allo stato le parti debitorie, con la chiusura di stabilimenti e richieste alla politica, di leggi particolari o addirittura aiuti e sovvenzioni dirette, precipitandosi dietro una reale modernizzazione  del sistema mercato, tralasciando, colpevolmente, quella necessità di reinvestire per rimanere competitiva a livello internazionale.

Il problema che quì si solleva, non è quello che vede come soggetto il mercato globalizzato, impazzito, o la crisi di un sistema capitalismo ritenuto anch’esso Autopoietico e , per tale motivo, colpevolmente, oramai del tutto fuori controllo, sistema al quale è oramai evidente urge trovare una seria alternativa; quello di cui parliamo è l’ incapacità e l’inadeguatezza del nostro sistema industriale a stare sul mercato, al pari di quelli di altre nazioni che, nonostante la crisi riescono a difendere la forza lavoro, unica vera ricchezza di un paese.

Il debito pubblico italiano, sia ben chiaro, non può essere intaccato, andrà purtroppo ad aumentare, fin tanto che non ci sarà un aumento della produzione, un risollevarsi del sistema strutturale industriale che dovrà essere capace di ricollocarsi e riposizionarsi sui mercati, cercando strade diverse da quelle finora adottate.

E’ per questo che occorre sottolineare che le responsabilità del sistema impresa italiana, caratterizza la durezza di questa crisi in modo enorme e si spinge ben oltre quel 2% rilevato dagli italiani.

Il sistema produttivo italiano, negli anni passati, avrebbe dovuto, battersi in maniera feroce per il miglioramento delle infrastrutture nazionali, avrebbe dovuto essere attore primo e partecipare alla costruzione di un nuovo modello, affiancando le imprese al mondo della cultura, della ricerca, della sperimentazione, aprendo alle università, ai giovani, permettendo una seria e libera concorrenza in ogni settore della vita economica, cancellando qualsiasi forma di clientelismo, ricercare nuove formule per il benessere del dipendente, renderlo partecipe al proprio sistema produttivo e non crearsi un nemico da combattere o sfruttare.

La ricetta che ricerca e propone, oggi, Confindustria è invece il solito stantio motivetto che oramai da troppo tempo ci propina, motivetto rafforzato da una spallata al governo attuale, al quale, con tutta probabilità intende sostituire con un proprio rappresentante.

Insomma, Confindustria propone, in tempo di guerra, un generale a capo del governo, quanto di più lontano da un concetto di sana democrazia.

I suoi 5 punti prevedono taglia alla spesa pubblica ( tagli al welfare, non riforme ), riforma  ( riduzione ) delle pensioni, vendita del patrimonio pubblico ( quel po’ di ricchezza che tiene ancora a galla la credibilità della nazione), liberalizazioni (laddove effettuate, per lo più, finite in mano a cartelli aderenti alla stessa confindustria ), infrastrutture ( da finanziare con quali soldi se i privati non hanno negli anni passati investito alcunché ?).

E’ legittimo a questo punto domandarsi se, volendo realmente rompere con il passato, non sarebbe il caso che gli industriali mettessero le mani nelle loro tasche e senza aspettare l’aiuto della politica, così come millantato, negli anni passati, quelli di vacche grasse, forti di una loro indipendenza organizzativa, dessero una mano, direttamente , all’economia ed alle famiglie italiane.

Non sarebbe il momento di rendere indietro un po’ di quel benessere che i lavoratori hanno loro assicurato negli anni di prosperità ? Non è forse arrivato il momento di ridurre i profitti dell’azienda a favore di una vera redistribuzione di ricchezza alle fasce medio basse, le uniche in grado di far ripartire il volano di una economia oramai immobile ?

Giacomo La Commare

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