ROMA; 15 OTTOBRE: ALZIAMO LA VOCE, NON LE MANI.

Il 15 ottobre si approssima, e in rete è tutto un “fiorire” di prese di posizione e commenti sovraeccitati (i media, invece, con qualche lodevole eccezione, snobbano l’evento).
Sono in molti a paventare che Roma, sabato pomeriggio, possa diventare un campo di battaglia; qualcuno addirittura se lo augura, sottolineando come l’incazzatura contro il potere – finanziario-politico – sia pienamente legittima. Certo che è legittima, così come sono condivisibili indignazione, ripulsa e disgusto per ciò che accade; ma fossero la ragione e il torto a decidere i conflitti, allora Thomas Müntzer avrebbe piegato i principi, e Cesare sarebbe tornato dalla Gallia a mani vuote. La Rivoluzione non sarà un pranzo di gala, ma non è nemmeno un panino rimediato al volo in autogrill.

 


Atteggiamenti ribellistici da parte dei manifestanti avrebbero un effetto immediato: la repressione poliziesca, cui autorità e benpensanti strizzano apertamente l’occhio. Non occorre guardare al di là dell’Atlantico per rendersene conto: è sufficiente tenere a mente il recente pestaggio dei lavoratori della Irisbus, e certe dichiarazioni del sindaco della capitale, che – tra l’altro – ha fatto il possibile per non concedere le piazze il 15. Se si è persuasi (giustamente, a parer mio) che la “democrazia” odierna sia nient’altro che una farsa dai risvolti drammatici, sarebbe quantomeno ingenuo aspettarsi dai governanti e dai loro pretoriani un approccio rispettoso, corretto e “democratico” alla nostra protesta.
Anche il paragone, molto in voga, con la lotta in Val di Susa è sbagliato in radice: mentre i valligiani conoscono ogni anfratto e sentiero dei loro boschi, per chi arriva da lontano – dopo ore insonni trascorse in treno o in corriera – qualsiasi viuzza di una grande città può trasformarsi in una trappola (Genova insegna). Gli stessi partigiani, cui non faceva difetto il coraggio, applicavano saggiamente la tattica del “mordi e fuggi”, evitando scontri campali senza speranza. Le insurrezioni cittadine furono infatti propiziate, verso la fine della guerra, dallo sbando dei tedeschi e dall’inesorabile avanzata angloamericana.

 

L’avventurismo produce soltanto “gloriose” disfatte – e soprattutto tiene lontane le masse. Sono in tantissimi, oggi, a sentire il morso della crisi, e ad aver ben chiaro che le istituzioni (mondiali, europee e nazionali) fanno gli interessi di chi vuole la fine della civiltà dei diritti e delle tutele. Le persone s’informano, ascoltano, domandano; ma sono ancora restie a “scendere in campo”. Hanno paura – della violenza, della ritorsione; anche degli estremismi, in fondo. Sanno, tuttavia, che non si sfugge alla rovina votando PD: Bersani e Veltroni non sono più affidabili di Papandreu (Matteo Renzi lo è anche di meno). Pertanto questi milioni di uomini e donne vogliono sentire proposte concrete, non l’eco di sassaiole e compiaciute condanne in malafede.
Secondo noi, i cinque punti di “Dobbiamo fermarli” (subordinazione dell’economia alla politica, taglio delle spese militari, garanzie per chi lavora, tutela dei beni comuni, democratizzazione della società e delle fabbriche) costituiscono un programma politico in potenza che, adeguatamente sviluppato, potrà far uscire l’Europa da un’età del ferro durata oltre vent’anni. Bomba o non bomba, oggi serve l’analisi, mica l’elmetto.
C’è bisogno, quindi, che a Roma alziamo tutti la voce, nessuno le mani – e che il nostro messaggio arrivi a destinazione. Se riusciremo nell’intento, la prossima volta saremo il doppio, e per Natale sfileremo a milioni; se invece si cadrà nella trappola dei provocatori e dello sterile spontaneismo, ci toccherà tornare a casa malconci, screditati, sconfitti.
Buona fortuna a chi parte, buona fortuna all’Umanità intera!

Norberto Fragiacomo

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