Rivoluzione, perché no?

La furiosa crisi economico-finanziaria dei nostri tempi può essere descritta come una cella, neppure troppo spaziosa, in cui noi tutti (intendo: gli europei dei ceti medio-bassi) siamo ammassati l’uno sull’altro. Il vitto peggiora di giorno in giorno, i servizi igienici non funzionano, e solo chi è più vicino alle finestrelle – opportunamente provviste di sbarre – riesce a respirare un po’ d’aria buona… ma fino a quando? Fino a quando piacerà a loro, ai cerberi dallo sguardo impassibile che ci hanno sbattuti dentro, sibilando: “è colpa vostra!”.


 

La fuga è tabù. Nella prigione chiamata Europa ad essere impronunciabile, tabù è la parolarivoluzione. Rivolte, sommosse, persino ribellioni sono concepibili, qualcuno le giudica prossime – ma di “lei” non è consentito parlare. Bandita, ostracizzata, rimossa.
Perché?
Secondo un’opinione – largamente diffusa tra i laudatores temporis acti, che identificano l’illuminismo con la sorgente di tutti i mali -, la rivoluzione richiederebbe energie ed una forza di volontà di cui gli abitanti dell’(ex) opulento Occidente sarebbero ormai del tutto privi. Il consumismo esasperato ha infiacchito gli animi, e ridotto le persone a fantocci abitudinari, manovrati da un grande fratello piuttosto meschino: lotofagi teledipendenti, incapaci di agire e, prima ancora, di pensare in maniera autonoma. Come i romani del IV°-V° secolo, gli occidentali sono dipinti come una massa di imbelli, destinata ad essere spazzata via da quei popoli che, fuori dall’Europa, sono rimasti fedeli alle proprie radici. I “barbari” sono ancora uomini, noi no: questo spiega l’ammirazione di un Massimo Fini per il mullahOmar, famigerato – ben prima dell’invasione americana – per aver ordinato la distruzione dei Buddha di Bamyan, ed aver fatto dell’Afghanistan un posto invivibile per le donne (e pure per gli uomini poco inclini al fanatismo religioso).
A questa ricostruzione, ideologica ma non priva di fondamento, è troppo facile (ed un po’ disonesto) obiettare che gli europei contemporanei sono pacifici solo in apparenza: senza scomodare il “mostro” Breivik e gli stragisti teenager, non è raro che un banale alterco tra automobilisti per ragioni di precedenza sfoci in gravi atti di violenza. Non avendo a portata di mano statistiche sull’andamento dei fatti di sangue (ad es. in Italia) negli ultimi cento anni, possiamo solamente affermare che quella dell’europeo “buono” è una diceria come tante, e che l’aria dei nostri centri urbani è satura di elettricità e rabbia repressa. I “finiani”, tuttavia, non si sognano di negare l’incazzatura diffusa – sostengono, molto giustamente, che l’uomo occidentale ha perduto ogni capacità di lottare insieme agli altri per un obiettivo che vada al di là del suo personale (e gretto) tornaconto. Siamo stati allevati in batteria per consumare e credere a rassicuranti fandonie; non sappiamo interagire e – miopi con gli occhiali firmati – non siamo più disposti a fare sacrifici nel nostro stesso interesse. Chi scrive è rimasto colpito, giorni fa, dalle parole di una dipendente pubblica: “i miei colleghi protestano dalla mattina alla sera, ma nessuno ha partecipato allo sciopero del 6: dicevano che non serve, ma non volevano rinunciare a una giornata di paga.” La lavoratrice ha ben sintetizzato la tendenza contemporanea al mugugno e alla delega: io ho i miei problemi, ci pensino gli altri a cambiare le cose… che comunque non cambieranno. Egoismo, rassegnazione, chiusura in se stessi: non proprio le migliori premesse per un’azione corale – specie ove si consideri che la solidarietà di classe, un tempo fortissima tra i lavoratori, è andata appannandosi nell’ultimo quarto del ventesimo secolo. Quando, nonostante tutto, la protesta esplode, essa assume un carattere anarchico, episodico: si va in piazza per una scampagnata o si dà sfogo alla propria collera; poi però, “timbrato il cartellino” della manifestazione, si torna a casa da soli. Lasciato a se stesso, il ribelle non assurge a rivoluzionario.
Questo è il quadro d’insieme, poco consolante. Confrontandolo, tuttavia, con quello esposto un anno fa, si rilevano alcune piccole differenze. La crisi è diventata argomento di conversazione in ufficio, nei locali e in famiglia; persone di media cultura iniziano a mettere in discussione il sistema; altre ripescano dalla biblioteca opere semidimenticate, alla ricerca di soluzioni vecchie o nuove. Si fa strada la consapevolezza che qualcosa di grave stia per succedere, e che le scelte di tecnocrati e politicanti rispondano a logiche inconfessabili.
D’accordo, risponderanno gli scettici, sta emergendo un barlume di coscienza, ma è già troppo tardi, e comunque la maggioranza permane nel suo stato letargico. Inoltre, chi ci comanda ha il monopolio della forza e non esiterà ad usarla, ammesso e non concesso che le persone trovino il coraggio di reagire.
Tutto vero… e allora? Lo spartiacque tra una rivoluzione e rivolte come quella tunisina (od inglese) non consiste nel numero di partecipanti, ma nell’esistenza o meno di un programma conosciuto e condiviso, nonché di un’elite alternativa a quelle al governo che, ponendosi alla guida dell’insurrezione, si candidi a riscrivere le regole del vivere sociale. Le rivoluzioni sono state quasi sempre il prodotto dell’iniziativa di una minoranza politicizzata; a cose fatte, il gregge si accoda al carro del trionfatore.
La vera questione è che, al giorno d’oggi, quest’opposizione strutturata appare assente (forse è soltanto invisibile), il tempo scarseggia, e manca una strategia d’uscita dal sistema che ha generato la crisi – ma se questi dati autorizzano a concludere che, alle condizioni attuali, le prospettive di uno sbocco rivoluzionario sono modeste, essi non spiegano l’aprioristico rifiuto della voie de fait: un rifiuto a prescindere, che non dipende dall’innegabile difficoltà dell’impresa.
C’è evidentemente qualcosa d’altro, che condiziona in profondità il pensiero comune. Quel qualcosa è l’eco distorta della Storia recente, che le masse conoscono (male) in parte per sentito dire, in parte per esperienza diretta.
Cimentiamoci con un esercizio di sintesi, e parliamo chiaro come farebbe un bambino: il termine rivoluzione non va pronunciato perché essa è, nell’opinione contemporanea, “una cosa brutta e cattiva”.
A parere di chi scrive, la formula infantile riassume in maniera efficace un convincimento diffuso; va tuttavia esplicata, perché di per sé – ammettiamolo – suona piuttosto criptica.
La “bruttezza” della rivoluzione risiede nel fatto che essa è un elemento di rottura (traumatica) dell’ordine cui siamo stati abituati fin dalla nascita. Dopo due guerre catastrofiche, il Vecchio Continente ha sperimentato un lungo periodo di crescita e (relativa) prosperità che per noi tutti, giovani e meno giovani, rappresenta la norma. Miglioramento delle condizioni di vita, estensione dei diritti e continuo rafforzamento delle protezioni sociali erano (in qualche misura, ancora sono) dati per scontati – così com’era assiomatico che presente e futuro dovessero dipanarsi in maniera pacifica, senza soverchi scossoni. Nonostante una certa sfiducia nella politica – che si traduceva però più in motteggi che in una reale opposizione – i cittadini erano persuasi che tutto sarebbe andato per il meglio, e i loro figli avrebbero trovato la strada spianata. Anche i problemi esistenti, dall’inquinamento atmosferico al graduale esaurirsi delle risorse naturali, sarebbero stati risolti: il progresso prometteva di trasformare la terra (cioè il mondo occidentale) in un giardino, abitato da persone sazie ed appagate. L’essere umano era cresciuto in saggezza: mai più si sarebbe lasciato sopraffare dagli istinti come nel recente passato. Conquistata la luna, si puntava alle stelle: specchio dell’ottimismo dell’età dell’oro era la serie tv Star Trek(1966), che preconizzava, in capo a tre secoli, un’umanità illuminata, non più schiava del denaro, guidata solo dal desiderio di conoscenza. Quest’entusiasmo si fondava su basi che,a posteriori, riconosciamo come poco solide: il pianeta era scosso da conflitti regionali, la GuerraFreddaminacciava di farsi calda, mezza Africa moriva di fame ecc. – ma, alla fin fine, la pax europea e l’ingresso in società delle classi subalterne erano dati incontestabili.
Questo senso di fiducia aveva permeato altre epoche storiche: abbiamo già ricordato in precedenti scritti lo stordimento di Stefan Zweig e dei suoi concittadini viennesi di fronte alla notizia dell’assassinio di Francesco Ferdinando – e la generale certezza, in quell’estate del ’14, che l’uomo fosse troppo civilizzato per impugnare di nuovo le armi. Anche allora, dopo decenni di pace, si pensava che ogni controversia potesse essere composta intorno ad un tavolo; anche allora gli europei (in verità, le classi più acculturate) credevano di aver definitivamente ripudiato la guerra. Si potrebbe amaramente sorridere della tendenza umana ad assolutizzare un’esperienza storicamente limitata; ma, d’altra parte, per sottrarci alla fascinazione del presente dovremmo vivere quanto il protagonista diHighlander.
Fatto sta che, travolti da una crisi epocale, continuiamo istintivamente a chiudere gli occhi, e a sperare che un deus ex machina scenda col suo cesto per salvarci. Difficile che accada: gli angeli custodi sono andati in pensione da un pezzo, e venti anni orsono l’implosione della Yugoslavia e i reciproci massacri che ad essa seguirono ci hanno mostrato quanto sottile sia la patina di civiltà che ricopre l’uomo europeo.
Quiete e benessere appartengono al capitolo precedente: una o più rivoluzioni potrebbero essere la risposta appropriata ad un sistema che è tornato ad indossare la più brutta delle maschere tragiche. Per inciso, notiamo che una rivoluzione non è necessariamente violenta: Gandhi liberò l’India dai dominatori britannici senza versare il loro sangue.
Fin qui la “bruttezza” della rivoluzione – che però, l’abbiamo scritto, sarebbe anche “cattiva”. Il giudizio morale è figlio – o figliastro – di quello che Eric Hobsbawm etichetta come il secolo breve. Chi cent’anni fa progettava di cambiare il mondo aveva molta dottrina, tante illusioni in testa; ma pochissimi punti di riferimento nel passato. LaCommunede Paris aveva destato grandi speranze, ma era stata soffocata nella culla; a distanza di tempo, Lenin e i suoi compagni del ’17 ci appaiono come dei pionieri, esploratori coraggiosi che si avventurano in una terra incognita.
Purtroppo, gli sviluppi del ‘900 hanno macchiato il buon nome della rivoluzione. Lasciamo da parte i moti falliti, che non ci interessano, e prendiamo in esame le sole insurrezioni coronate dal successo: c’è qualcosa che le accomuna? Forse sì: il traviamento di parecchi capi (non di tutti), l’incapacità di mantenere le aspettative iniziali. Divenendo natura, l’idea marxiana nega se stessa, e si copre di fango (e spesso, ahimè, di sangue). Stalin, Mao Tse Tung e Pol Pot non sono personaggi inventati dalla propaganda berlusconiana: furono uomini in carne ed ossa che, invece che alla redenzione, condussero i loro popoli in cima al calvario. Essi meritano in pieno la damnatio memoriae, ma estendere quest’ultima al marxismo ed alla rivoluzione è una semplificazione arbitraria (ed interessata). Anche a voler ammettere che le rivoluzioni novecentesche “di sinistra” abbiano prodotto soltanto conseguenze negative (cosa assolutamente non vera), è opportuno rammentare che la rivoluzione è, di per sé, una scatola vuota: sta agli esseri umani riempirla di contenuti buoni o cattivi – di generi di conforto o di esplosivo. Un approccio prevenuto è perciò infruttuoso: la storia della scienza moderna è costellata di esperimenti andati male che poi, ripetuti alla luce delle conoscenze acquisite, hanno creato le condizioni per inaspettati balzi tecnologici. Ciò che dovremmo aver appreso dal Novecento non è che le rivoluzioni sono intrinsecamente “cattive”, bensì che esse vanno adeguatamente preparate, e che non possono essere date in appalto ad un pugno di uomini. Le esperienze passate sono un freno, ma anche una guida, fermo restando che nessunissima teoria passa indenne la prova della pratica: come è noto ad ogni buon catecumeno, la perfezione non è di questo mondo.
Tirando le somme, la bruttezza di una rivoluzione rispecchia quella dei tempi; la suacattiveria, quella degli uomini.
Ciò non toglie che un’insurrezione violenta sia comunque l’extrema ratio. Meraviglierà qualcuno che questa fosse l’opinione di Karl Marx. Criticando il leader (marxista) rivoluzionario Jules Guesde, che riteneva il programma riformista del Parti Ouvrier solo un’esca da gettare al proletariato, il padre della dottrina comunista osservò polemicamente: “tutto quel che so, è che non sono marxista”. Rivoluzione e riformismo sono due strade alternative per giungere alla liberazione dei lavoratori dalla schiavitù capitalista. La scelta però non dipende da noi, ma dalle circostanze. Alla fine dell’Ottocento, il suffragio universale pareva, a non pochi socialisti, la quadratura del cerchio: i proletari, che erano la maggioranza della popolazione, avrebbero inevitabilmente votato a sinistra, e il potere sarebbe passato nelle loro mani. L’illusione svanì dopo un paio di tornate elettorali: i partiti socialisti ottennero lusinghieri risultati, mai la maggioranza assoluta. Nel secondo dopoguerra il riformismo acquisì nuova linfa, anche perché – sembrava – persino forze tradizionalmente moderate avevano abbracciato la logica dello Stato sociale. Nell’Europa di quegli anni, la prospettiva della rivoluzione seduceva solo le cassandre, i romantici e i pazzi sanguinari (oltre, naturalmente, ai dogmatici); i politici seri lavoravano proficuamente in parlamento. Con l’avvento della nuova destra (Thatcherin Gran Bretagna, Reagan in America) e la successiva caduta del muro tutto cambiò: l’esigenza del compromesso socialdemocratico venne meno, e la stagione riformista si concluse bruscamente. Oggidì, quando si parla di riforme, si intende l’esatto contrario: il termine è diventato sinonimo di regresso, cancellazione di diritti, aumento delle disuguaglianze. La svolta dipese dai mutati rapporti di forza: il crollo del blocco sovietico privò i socialcomunisti del loro potere contrattuale, e le elite capitaliste sfruttarono appieno la vittoria. Chi oggi parla, in buona fede, di un ritorno al vecchio riformismo denota lo stesso ingenuo utopismo che connotava i rivoluzionari degli anni ’60: come ha magistralmente chiarito Eric Hobsbawm, il capitalismo scende a patti solo quando è debole. Il fatto che il sistema stia attraversando una crisi economico-finanziaria – i cui effetti vengono scaricati in toto sulle classi subalterne – non significa che esso sia in difficoltà; in ogni caso, mantiene un pieno controllo sulle forze politiche “di sinistra” che, orfane di Marx, Lenin e compagnia, si sono gioiosamente convertite al liberismo economico. Cori di pappagalli scoloriti continuano a ripetere: meno Stato, più mercato!, anche se il crack è stato provocato da quest’ultimo, e il pubblico è stato chiamato d’urgenza a metterci una pezza (coi soldi nostri, s’intende). Un tanto implica che anche se il centrosinistra riuscisse ad andare in tempi brevi al governosenza la zavorra Casini, i suoi margini di manovra sarebbero limitati: siamo davvero persuasi che il buon Bersani troverebbe la forza di dire no ai diktat di FMI e BCE (vale a dire delle banche), che puntano senza mezzi termini alla vanificazione di un secolo e passa di conquiste operaie? Ci sia consentito di dubitarne: in fondo, il volonteroso carnefice del popolo greco è un governo che senza vergogna si fa chiamare socialista. Per abbindolare la gente si varerebbe magari una bella patrimoniale: vogliamo scommettere che non sarebbe quella strong proposta da Pietro Modiano – che prevede che il 20% più benestante degli italiani paghi al fisco il 10% della propria ricchezza finanziaria – ma la “patrimonialina” all’acqua di rose di Montezemolo (aliquota una tantum dello 0,5% sui patrimoni oltre i dieci milioni, doverosamente accompagnata da riforma delle pensioni, liberalizzazione dei licenziamenti, sforbiciata agli organici pubblici ecc.)? Dopo tutto, è più agevole tosare le pecore che il leone. Per carità di patria, evitiamo di soffermarci sullo scenario più raccapricciante: un governo Casini-Montezemolo, ugualmente prono ai desideri dei mercati e della chiesa romana…
In questa desolante cornice, appare inverosimile che i suggerimenti di economisti come Andrea Fumagalli e Francois Chesnais vengano accolti. Ipotizzare un annullamento (o una moratoria) dei debiti verso le banche da parte degli Stati è fuori dal mondo – fuori da questo mondo, almeno. Chesnais ne è conscio: “L’annullamento dei debiti nei paesi in cui i popoli si mobiliteranno per questo scopo, creerà così le condizioni per una vera “uscita dalla crisi”.
Abbiamo letto bene? Pare di sì: l’economista auspica una mobilitazione generale dei cittadini, finalizzata ad imporre ai governanti una politica che, a causa dell’evidente sudditanza nei confronti dei poteri forti dell’economia, costoro non hanno nessuna intenzione di intraprendere. Lo spauracchio non viene esplicitamente evocato, ma questa “mobilitazione” assomiglia molto ad una rivoluzione. Gli strumenti di pressione non sono infiniti: se si esclude il terrorismo (e noi, al pari di Chesnais, lo escludiamo volentieri) e la rivolta armata, residuano le marce popolari, l’occupazione dei luoghi pubblici e gli scioperi ad oltranza, in grado di paralizzare un Paese – o un intero continente.
Un esempio, per quanto su scala ridotta, ce l’abbiamo già. “Distratti” dalla crisi, dalle gesta erotiche del premier e dalle cruente rivolte in Nordafrica (ma molto meno dalle feroci repressioni in Yemen e Bahrein), i nostri media non si sono accorti che qualcosa di molto particolare stava capitando alla periferia dell’Europa. A segnalarci la vicenda – a lieto fine – dell’Islanda sono stati alcuni blogger: ci hanno raccontato che, in seguito al fallimento delle tre banche isolane, il popolo dell’Ultima Thule ha risposto picche al Fondo Monetario che, con la complicità del governo islandese, voleva rubare il futuro alle prossime generazioni e a quella attuale. La gente non ci sta, scende in piazza per 14 settimane (e lassù, d’inverno, fa alquanto freddo), si scontra a più riprese con la polizia. Alla fine il governo cede, vengono indette nuove elezioni. Non basta: pur minacciati di isolamento internazionale, gli islandesi rifiutano – quasi all’unanimità – di pagare il debito; eleggono un’assemblea di cittadini (privi di esperienza politica!) con l’incarico di scrivere una nuova Costituzione; incarcerano i banchieri responsabili della bancarotta. Senza bisogno di un Lenin,e senza spargimenti di sangue, gli islandesi hanno dato vita ad un nuovo ordine. Hanno fatto la Rivoluzione, provandoci che Chesnais ha ragione: non ci possono essere autentiche riforme senza un previo rivolgimento della struttura politico-sociale esistente.
Ora, nessuno pretende di applicare la lezione islandese alla lettera. L’Islanda è un Paese sottopopolato (poco più di 300 mila abitanti irregolarmente distribuiti su un territorio che è circa 1/3 di quello italiano), autosufficiente dal punto di vista energetico ed alimentare; per tutti questi motivi – e per la sua posizione periferica – risulta poco interessante per i potentati economici globali. Inoltre, i suoi pochi cittadini vantano una coscienza democratica a tutta prova, formatasi ben prima che il formalismo liberale si diffondesse in Europa, ed una coesione nazionale che rasenta lo sciovinismo.
Se pesi medi come l’Italia o la Francia, ben altrimenti invischiate nella ragnatela globale, decidessero di imboccare il sentiero islandese, le conseguenze sarebbero immediate e senza dubbio disastrose: il mercato non può permettersi di abbandonare simili prede.
Un’Europa unita e socialista disporrebbe, al contrario, delle potenzialità necessarie a scuotersi di dosso il giogo della finanza globale. Anche Chesnais ne è convinto: “Diversi paesi sono confrontati molto duramente al problema del debito. Altri lo saranno presto o tardi. Tutti sono sottomessi a politiche economiche e monetari pro-cicliche. Anche la Confederazioneeuropea dei sindacati è stata obbligata a smarcarsi dalla Commissione europea e dalla BCE. L’opportunità si è venuta a creare, di costruire tra i cittadini dei paesi dell’Europa una vera unione. (…)”Prendere le banche”! Sì, in tutti i paesi in cui il movimento sociale ne avrà la forza. Sì includendo la BCEnel novero. (…) L’annullamento dei debiti modificherebbe profondamente i rapporti di forza politici tra il lavoro e il capitale. Una vittoria libererebbe l’immaginazione su di un “orizzonte delle possibilità”.Quando si presenta un’occasione come questa, non bisognerebbe coglierla?
Certo che bisogna coglierla! In caso contrario, per l’intera Europa si prepara una tragedia greca: miseria, disperazione e manovre infinite.
Il domani si tingerà di rosso o di nero: cari concittadini, la scelta spetta a noialtri. Chi mette la testa sotto la sabbia, chi ha paura delle parole e seguita a pensare ai fatti suoi vuole la Greciae, sotto sotto, se la merita pure.
Agli altri diciamo: se ce l’hanno fatta gli islandesi, anche noi possiamo tentare.

 

 

 

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