Pierre Moscovici: Europa: crescita o declino

Prefazione al saggio di Daniel Vasseur per la Fondazione Jean Jaures “Il declino economico dell’Europa e le questioni emergenti dell’integrazione europea”.

Nel momento in cui l’attenzione dei media si concentra sulle situazioni libica e giapponese, si gioca – con uno scontro più sommesso – una parte importante del futuro dell’Europa. Il Consiglio europeo del 24 e 25 marzo 2011 ha approvato un “patto di competitività”, che segna una svolta conservatrice inquietante nella governance europea.

Certamente, per alcuni versi, le soluzioni proposte dagli autori del patto, rappresentano un importante progresso. Penso in particolare al rafforzamento della stabilità finanziaria europea (FSEF) e alla sua successiva trasformazione in Meccanismo europeo di stabilità. Questa istituzione, pensata per risollevare le sorti dei paesi in difficoltà, è stata essenziale per la solidarietà e la sostenibilità nella zona euro. Occorre comunque non esagerarne la portata. Da un lato, gli importi e i meccanismi coinvolti non sono sufficienti ad eliminare la paura – e le conseguenze – di un fallimento definitivo del governo greco; dall’altro, il miglioramento delle condizioni di prestito, non fanno che allinearle a quelle offerte l’anno scorso dal Fondo monetario internazionale! Quindi, il “grande sforzo di solidarietà europea” si annuncia, in realtà, come un aggiornamento misurato.

 

Più sostanzialmente, il consolidamento fiscale e le “riforme strutturali”, consistenti nell’allineare tutti i paesi ad un unico standard, non possono essere la soluzione. Vorremmo fare di ciò una precondizione per una rinnovata crescita e una panacea universale (anche per paesi dove i consumi e gli investimenti sono troppo bassi!), mentre è proprio questo approccio che non è riuscito finora! Ciò equivale ad affrontare le cose dal lato opposto. La verità è, piuttosto, che sarà la crescita a risolvere le cosiddette difficoltà “strutturali” della UE, sia nel campo della finanza pubblica, come dell’occupazione o dell’innovazione, come ha chiaramente mostrato la ripresa di fine anni 90.

In Europa, abbiamo bisogno di una politica macro-economico offensiva, che preveda anche altrove, in maniera simmetrica, deficit e eccedenze, prevenzione e correzione dell’eccesso di domanda, ma anche l’equilibrio dell’insufficienza della stessa. Un simile approccio dovrà essere ponderato: se è facile condannare gli errori greci, la stessa cosa non vale, ad esempio, per la Spagna che non ha conosciuto scivoloni né sui salari né sui conti pubblici. Questo è particolarmente sofferto per ciò che chiamiamo “ritardo congiunturale” – ma si può rimproverare una economia in recupero di non crescere così lentamente come la Germania impostata dai suoi freni? L’Europa ha bisogno di orientamenti che possono essere completamente diversi a seconda degli Stati e dei tempi, ma sempre coerenti e coordinati. In effetti, gli squilibri di oggi sono essenzialmente interni. Il problema è dentro l’Unione, ma anche il rimedio è lì.

A questo proposito, il nuovo dispositivo di monitoraggio degli squilibri macroeconomici o il recente “Patto di competitività”, appaiono ancora in gran parte prevenuti e pieni di pericolose ossessioni circa la competitività, evocata dall’economista statunitense Paul Krugman. Pressioni al ribasso sui salari, deregolamentazione, radicamento della lotta contro il deficit, ecc., la crisi ha paradossalmente rafforzato i dogmi che l’hanno provocata, tendendo a generalizzare un modello di crescita alla tedesca come quello di successo – che, però, è anche quello molto discutibile dal punto di vista, per esempio, degli investimenti deboli, della povertà e della disuguaglianza crescente in quel paese -, ma soprattutto non-cooperativo: le enormi eccedenze commerciali tedesche, sono più o meno l’omologo del deficit di altri paesi europei. Tale modello non è ovviamente generalizzabile! Queste nuove discipline sono dunque in grado di dividere anziché unire gli Stati dell’Unione, di allontanare, piuttosto che rafforzare, la costruzione di un’Europa dei popoli.

E’, invece, di una politica di crescita – più forte e selettiva – che l’Europa ha bisogno. E’ urgente: il potenziale di crescita dell’Unione europea è attualmente stimato a circa l’1% , quando la crescita globale sembra essere al 4% e quella della Cina a quasi il 10%! A questo ritmo, la marginalizzazione dell’Europa sarà estremamente veloce. Il nostro continente è diventato il “malato” dell’economia mondiale. Per invertire questa tendenza, non abbiamo scelta: dobbiamo rafforzare la governance e gli strumenti della politica economica dell’Unione. Intendo, in particolare, riprendere in mano la strategia di Lisbona, grande assente dal dibattito attuale: come ci si prepara al futuro quando, con il 1,85% del PIL europeo dedicato alla ricerca, il nostro sforzo è meno della metà di tali Stati Stati Uniti o in Giappone? La ripresa, con questa visione economica, richiede un approccio proattivo in contrapposizione alla attuale atteggiamento dei governi europei. Il budget per questi investimenti potrebbe comportare anche l’emissione di debito europeo mirato, dedicato a questi grandi progetti – in mancanza di una condivisione più sistematica del debito, più difficilmente negoziabile con i nostri partner tedeschi. Questa opzione, che Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno rifiutato di prendere in considerazione, tuttavia, rappresenta un anticipo di fatto di coordinamento economico europeo, e potrebbe portare alla creazione di un embrione di politica industriale comune.

Certo, c’è bisogno di un patto tra europei, ma non con i conservatori. Questo è il significato dell’incontro di Atene, tra socialisti europei, all’inizio di questo mese, che ha portato alla formulazione di molte proposte: una politica industriale europea, la creazione di standard sociali minimi, il rafforzamento dell’efficacia della spesa pubblica, gli investimenti nei settori in crescita, un rapido progresso verso la conversione ecologica della nostra economia, ecc. Vedo l’inizio di un destino diverso per l’Europa, più giusto e più credibile di quello sostenuto dai governi conservatori. Si tratta di un imperativo economico, ma anche democratico: l’impulso a favore della crescita e dell’occupazione rappresenterebbe il modo migliore per rendere l’Europa popolare e raccogliere la sfida rappresentata dal populismo, che ne ha fatto uno dei suoi bersagli preferiti. Questo è quello a cui la sinistra lavorerà a partire dal 2012.

 

Pierre Moscovici

Le Blog de Pierre Moscovici

 

traduzione a cura di p.l.c

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