LO STATO: UNA SPECIE A RISCHIO ESTINZIONE?

La tematica dello Stato (cioè del suo ruolo prima e dopo un’ipotetica trasformazione sociale) ha costituito – a cavallo tra l’otto e il novecento – oggetto di speculazione da parte di prestigiosi intellettuali riconducibili a quella che, con una certa approssimazione, potremmo definire l’area socialista.

Semplificando all’estremo, è possibile contrapporre due impostazioni, l’una favorevole alla conservazione dello Stato, l’altra fondata sulla necessità del suo abbattimento.


 

Secondo i fautori della prima tesi, compiutamente esposta nel c.d. Programma di Gotha del Partito operaio tedesco (1875), e poi fatta propria dai socialriformisti d’ogni Paese europeo, lo Stato è, in prospettiva, il miglior amico del popolo: compito immediato dei partiti socialisti è favorire l’ingresso delle classi lavoratrici nella vita civile e politica della nazione – attraverso l’estensione generalizzata del diritto di voto, da ottenersi in maniera pacifica. Il conseguimento del suffragio universale non è che il passo iniziale: una volta divenuti forza di maggioranza, i socialisti avranno la possibilità di servirsi della macchina statale per dar vita, attraverso successivi cicli di riforme, ad una società egualitaria. L’obiettivo è dunque la conquista incruenta dello Stato, ovvero – per usare le parole del programma del ’75 – la nascita dello “Stato libero[1]”.

Gli avversari delle dottrine riformiste[2] bollavano come utopica fantasia il futuribile Stato popolare (o libero): lo Stato liberale di fine ‘800 è, in realtà, lo strumento, pressoché perfetto, foggiato dai dominatori borghesi per perpetuare il loro controllo sulla società e tenere sottomesso il popolo – oltre che, anzitutto, la veste politica di un determinato sistema di produzione, quello capitalistico. Non c’è pertanto alternativa alla sua soppressione, che farà seguito ad una rivoluzione di popolo. Fin qui anarchici e socialisti rivoluzionari la pensavano alla stessa maniera; i distinguo incominciavano quando si trattava di fissare il momento e le modalità di questa (forzata) estinzione.

Per Bakunin ed i suoi seguaci, lo Stato andava subito tolto di mezzo, onde consentire il formarsi, a livello locale, di piccole comunità di uomini realmente liberi e capaci di governarsi da sé. I marxisti ridevano di questa soluzione, che giudicavano, non a torto, miracolistica. Sviluppando alcuni spunti di Karl Marx e Friedrich Engels[3], Lenin[4] afferma che, una volta impossessatosi del potere, il proletariato dovrà rivolgere i mezzi di coercizione statale contro gli oppressori di un tempo, sconfitti ma non domi, e, più in generale, utilizzare la macchina organizzativa pubblica per spianare la strada al Socialismo. La fase della dittatura del proletariato[5] si configura come transitoria, ma imprescindibile: una volta spazzati via i residui del vecchio regime[6], terminerà anche il dominio proletario, perché non sussisteranno più differenze di classe… e Cincinnato tornerà al campicello – o all’officina. In effetti, il termine “dittatura” va inteso nell’accezione originaria, quella latina: tale forma di governo serve a gestire una situazione eccezionale, un momento di passaggio, e non è destinata a stabilizzarsi. Esauritasi la sua funzione storica, “non ci sarà (più) uno stato nel significato politico attuale[7]”.

Abbiamo schematicamente esaminato due – anzi, tre – posizioni, e possiamo concludere che, al di là delle diverse ricette, su un punto tutti concordavano: lo Stato liberale, puntello dell’egemonia borghese, andava visto come un a priori con cui il giovane movimento socialista era tenuto a fare i conti.

Sappiamo come sono andate poi le cose: in Europa occidentale, i socialdemocratici riformisti sono rimasti fedeli alle loro premesse, riuscendo parzialmente a democratizzare lo Stato ed a farne strumento d’elevazione (economica e sociale) delle masse lavoratrici. In Unione Sovietica, al contrario, il periodo di “transizione” si è protratto ben oltre le previsioni dello stesso Lenin, di fatto istituzionalizzandosi: lo Stato non solo non è scomparso, ma, in epoca staliniana, è diventato onnipresente – e, soprattutto, onnipotente[8].

Può sembrare paradossale che il Socialismo, nato per liberare “la classe più numerosa e povera” (Saint-Simon) dalle catene dello Stato borghese, sia divenuto, nel corso dei decenni, la forza politica più statalista, eppure siamo in presenza di un dato innegabile, testimoniato, ad esempio, dalle demagogiche, ma popolari accuse di “assistenzialismo” ecc. che la destra contemporanea muove, ad ogni piè sospinto, ai governi di sinistra (o presunti tali).

Invero, il ‘900 è stato, da molti punti di vista, l’età dell’oro degli Stati nazionali, che, da un lato, sono enormemente cresciuti di numero; dall’altro, hanno assunto funzioni nuove (la programmazione economica e la gestione dei servizi sociali), il cui esercizio ha richiesto un potenziamento delle burocrazie, ed un’imponente crescita della spesa pubblica.

Negli anni ‘80, tuttavia, la tendenza espansiva si è bruscamente interrotta, e non occorre essere il Filemazio di Guccini per leggere “nei segni che qualcosa sta cambiando”. Oggidì lo Stato nazionale è in ritirata, per non dire in rotta, su tutti i fronti, e la prospettiva di una sua sparizione a breve-medio termine è sicuramente meno irrealistica di certe risibili profezie attribuite ai Maya.

Sorge spontanea una domanda: cui prodest? Ed ancora: ammesso che il rischio sia davvero concreto (per chi scrive lo è, come si può desumere dalla scelta di dedicare un articolo alla questione…), quale atteggiamento dovrebbe assumere in merito il movimento socialista internazionale?

Andiamo, come sempre, con ordine.

E’ a tutti evidente che la disgregazione del blocco orientale, avvenuta tra l’89 ed il ’91, ha avuto pesanti ripercussioni sulle società occidentali e, in particolare, sulle condizioni dei lavoratori. La cosa non deve sorprendere: la concessione del Welfare State e di significative tutele sociali si spiega (non solo ma) anche con il timore, serpeggiante tra le elite capitaliste, che, in caso di confronto “caldo” est-ovest, le classi lavoratrici europee potessero passare al nemico. Il modo più efficace per disinnescare la mina proletaria era quello di “comprarsi” la fedeltà dei ceti deboli, assicurando loro protezioni sociali ed un certo benessere[9]. Il boom economico degli anni ’50-’60 rendeva l’investimento non soltanto vantaggioso, ma anche facilmente sostenibile. Sembrò a molti[10] che l’età dell’oro non dovesse finire mai, e che Bernstein e Kautsky (con l’aiuto di Keynes) l’avessero avuta vinta sui loro contraddittori, Marx compreso.

Lo svanire della minaccia sovietica prima del 1990, ed un (prevedibile) rallentamento della crescita economica in Occidente persuasero i capitalisti che conveniva mutare rotta, per raggiungere un duplice risultato: nel breve periodo, mantenere inalterati – e, se possibile, incrementare – i profitti; più a lungo termine, riconquistare all’iniziativa privata territori temporaneamente ceduti alla mano pubblica. Lo Stato sociale, considerato oramai un costo improduttivo, andava azzerato, unitamente all’intervento pubblico in economia: scoppiarono (rectius: furono fatte scoppiare) crisi finanziarie funzionali al disegno, la cui eco mediatica convinse milioni di poveri cristi che non si poteva continuare a spendere e spandere, che eravamo “vissuti al di sopra delle nostre possibilità” (noi, mica lorsignori!). Alcune storture (in Italia, le pensioni baby) vennero abilmente identificate con il sistema, e – al grido di “il privato è il toccasana!” – s’iniziò allegramente a tagliare di qua e di là. Lo smantellamento dei servizi pubblici è proceduto di pari passo con le privatizzazioni/svendite.

Nulla d’inedito, dirà il lettore avveduto – anche perché su questi argomenti ci siamo dilungati in precedenti occasioni. C’è però un aspetto che, forse, finora è stato sottovalutato, ed appare, a chi scrive, fondamentale: taluni indizi[11] suggeriscono che sotto attacco sarebbero non solamente ilwelfare e l’imprenditoria pubblica, bensì lo Stato in quanto tale.

Vediamo di chiarire l’assunto.

In base all’insegnamento dei costituzionalisti, tre sono gli elementi costitutivi dello Stato, in qualsiasi forma esso si presenti: il popolo, il territorio e la sovranità.

La sovranità è abitualmente distinta in interna ed esterna: la prima attiene alla supremazia dello Stato sui cittadini e le altre soggettività operanti all’interno del territorio, che si concreta nel monopolio, in capo alle istituzioni, dell’uso legittimo della forza; la seconda è sinonimo d’indipendenza da poteri esterni. Non vale obiettare che la Storia – notoriamente poco propensa a lasciarsi imbrigliare dalle generalizzazioni manualistiche – dimostra che il grado d’indipendenza di un Paese è direttamente proporzionale alla sua forza economico-militare: uno Stato che non sia in condizioni di determinare autonomamente la propria politica estera e quella economica è nient’altro che una colonia.

Oltre alla diplomazia ed alla politica di bilancio, compiti irrinunciabili dello Stato sono il mantenimento dell’ordine, l’amministrazione della giustizia e, naturalmente, la difesa del territorio.

In tempi recenti, perfino il nucleo delle competenze statali è stato intaccato: per rendersene conto è sufficiente considerare unitariamente alcuni fatti, in apparenza slegati.

Durante la Guerra fredda, il principio della sovranità limitata vigeva tanto ad est (esplicitamente) quanto ad ovest: la politica estera dei Paesi membri delle due alleanze militari doveva conformarsi alle direttive delle potenze guida. Il fenomeno rispondeva alla logica dei blocchi contrapposti; meno facile da spiegare (per le anime candide) è il perché, scioltosi il Patto di Varsavia, la NATO abbia continuato ad esistere, e le limitazioni siano state mantenute. Gli esempi a riprova di quel che sosteniamo sono innumerevoli: pensiamo all’Irak, all’Afghanistan, dove i soldati italiani ed europei combattono e muoiono in difesa di interessi altrui. Pensiamo al caso ancor più clamoroso della Libia, che il nostro Paese – contro la propria convenienza – ha dovuto aggredire, cedendo a fortissime pressioni esterne di cui, tocca constatarlo, si è fatto portavoce il Presidente della Repubblica. Solo uno Stato fantoccio può passare, in una manciata di giorni e senza validi motivi, dall’amicizia alla guerra aperta con una nazione vicina: nel caso di specie, addossare ogni colpa al dilettantismo politico di Berlusconi ed alla comprovata vocazione italiana al tradimento delle alleanze equivarrebbe a (fingere di) non vedere la sostanza delle cose.

Se rivolgiamo l’attenzione alla politica economica degli Stati odierni, gli indizi di subalternità alle decisioni altrui sono ancora più evidenti. Il caso Grecia è da manuale: votando il famigerato piano “lacrime e sangue”, il Parlamento di Atene[12] non ha fatto altro che ratificare scelte fatte altrove. Ricorrendo ad una sintesi, è lecito affermare che le assemblee legislative hanno assentito al proprio commissariamento da parte di istituzioni sovranazionali. Qualcuno ribatterà che quanto successo in questi mesi è diretta conseguenza della cessione di sovranità in materia economica prevista, in favore dell’Unione Europea, dal Trattato di Maastricht (1992). Vero: tuttavia l’introduzione dei famosi “parametri” fu presentata, vent’anni fa, ai cittadini europei come un passo indispensabile sulla via dell’unificazione politica del continente. In un’entità federale (o confederale) è fisiologico che le politiche economica, monetaria ecc. siano demandate al livello centrale – peccato che, in due decenni, l’Europa non abbia fatto alcun progresso in direzione dell’unità, preferendo mantenere la sua natura originaria di comunità economico-commerciale. D’altra parte, i diktat a Papandreu (nonchè a Socrates, Zapatero ecc.) non sono partiti da un’assemblea elettiva, cioè dal Parlamento europeo, bensì dall’Eurogruppo e dagli esecutivi di Germania e Francia che, a loro volta, hanno agito da portaordini del FMI, autentico regista dell’economia planetaria – nonché garante delle grandi banche internazionali e dei gruppi transnazionali.

Per quanto concerne la difesa del territorio dei singoli Stati, essa è ancora – in massima parte – affidata agli eserciti nazionali… ma fino a quando? La guerra in Afghanistan ha portato alla ribalta una “nuova” figura: quella del contractor[13] – dietro alla quale si nasconde il vecchio mercenario. La novità sta nel fatto che la fornitura di servizi militari è divenuta un business, gestito da grandi società private comeBlackwater (che recentemente, dopo essere finita nell’occhio del ciclone a causa dei crimini commessi dai suoi tagliagole, ha cambiato nome in Xe Services[14]). Queste security agency, per lo più americane, operano sia in patria che all’estero al di fuori di qualsiasi controllo democratico – in effetti, i loro uomini vengono utilizzati, in primo luogo, per il controllo del territorio e dei centri urbani.

La Storia c’insegna che le compagnie di ventura vissero il loro momento di (discutibile) gloria tra il ‘400 ed il ‘600, all’alba degli stati nazionali: quando questi ultimi si rafforzarono, le bande – notoriamente poco controllabili, e fedeli soltanto al denaro – furono rimpiazzate da eserciti stabili che in seguito, con la generalizzazione della leva, acquisirono una forte connotazione popolare. Di recente, l’abolizione del servizio militare in quasi tutti i Paesi avanzati ha reciso il legame otto-novecentesco tra forze armate e popolo; la privatizzazione, in corso, degli eserciti rappresenta il passo successivo verso un affrancamento di questi ultimi dalle autorità democratiche. Potrebbe allora non essere casuale l’enfasi posta dagli esperti militari sugli equipaggiamenti high tech del soldato del futuro, destinato ad operare nell’ambito di unità quantitativamente ridotte e meno provviste di armamenti pesanti. Il supersoldato modello Capitan America[15] (o… Predator), capace di mimetizzarsi in qualsiasi ambiente e reso pressoché invulnerabile da speciali armature, costa molto meno di un carro armato e, rispetto ad esso, ha superiore attitudine ad essere impiegato per sedare rivolte e disordini di piazza.

Cosa si può pensare di uno Stato che appalta ad agenzie private la difesa e l’ordine pubblico? Che ha rinunciato alla propria ragion d’essere; ma la privatizzazione della giustizia è un segnale non meno preoccupante. Non alludiamo tanto all’ingresso dei procedimenti arbitrali nella materia civilistica – che di per sé risponde ad esigenze di snellimento del sistema -, quanto alla progressiva marginalizzazione del ruolo del giudice nella definizione delle controversie di diritto pubblico. La legge 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. collegato lavoro), fortemente voluta dall’ex “socialista” Sacconi va in questa direzione: il suo articolo 31 prevede la “facoltà” per il lavoratore (leggi: l’obbligo, vista la disparità di forze tra datore e prestatore di lavoro all’atto dell’assunzione) di sottoscrivere – dopo 30 giorni dall’inizio del rapporto – una clausola compromissoria, con cui si affida ad un arbitro la risoluzione di ogni futura controversia inerente alla relazione lavorativa. Il comma 1 della norma qualifica l’arbitrato come “irritale”: questo significa che, nell’ipotesi (ad es.) di un licenziamento illegittimo, la sentenza del giudice del lavoro sarà sostituita da una… determinazione negoziale[16]! Un bel “progresso”, non c’è che dire… ed un eccellente esempio delle schifezze che i politicanti contemporanei spacciano per riformismo.

Potremmo proseguire per pagine e pagine, ma non è nostra intenzione elaborare una casistica: ci bastava esibire le prove di un processo degenerativo in atto, e crediamo di esserci riusciti – spetterà poi al lettore giudicare.

Ma cosa ha provocato il coma, apparentemente irreversibile, dello Stato moderno? Per provare a fornire una risposta, cominciamo con l’aprire un libro scritto quasi un secolo fa[17], e leggiamo una definizione, condensata in poche righe: “L’imperialismo è il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è incominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali ed è già compiuta la ripartizione dell’intiera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”.

A parere di chi scrive, questa descrizione è ancora fondamentalmente valida, a comprova delle straordinarie capacità analitiche di Lenin (certo, essa va aggiornata: la ripartizione del mondo tra i trust, allora agli inizi, si è compiuta nel corso del XX secolo), salvo che per un singolo aspetto.

Vladimir Lenin redasse il suo celebre saggio in pieno infuriare della prima guerra mondiale, quando la potenza degli stati nazionali era all’apice, la parola decolonizzazione era sconosciuta ai vocabolari e – soprattutto – i futuri protagonisti della civiltà capitalistica contemporanea (cioè le transnational corporations) stavano appena entrando nella pubertà: pertanto, l’unico blando rimprovero che gli si può muovere è quello di aver incautamente usato, nel titolo del suo saggio, la formula “fase suprema del capitalismo”. No, l’imperialismo classico non ha rappresentato l’ultima fase del capitalismo, perché ad essa ne è seguita un’altra: quella della globalizzazione, ossia dell’imperialismo… privato.

Le multinazionali di prima generazione, sorte all’inizio del ‘900, rientrano nello schema tracciato da Lenin, ma la seconda generazione, sviluppatasi a partire dagli anni ’60, dà vita ad un fenomeno del tutto nuovo, che culmina “nell’ultimo decennio del secolo, per effetto della liberalizzazione dei mercatiinternazionali, in particolare di quello dei capitali, nell’avvento delle cosiddette imprese globali o a rete. In queste società di nuova generazione diventano prevalenti le funzioni finanziarie (si pensi, in Italia, alla Fiat), esplicate tramite un’agile politica di investimenti, alleanze, fusioni, acquisizioni e accordi di cooperazione con altre società e imprese in ambiti strategici (…)[18]”.

“Alleanze”, “accordi di cooperazione”: la terminologia del diritto internazionale viene adoperata a proposito di soggetti privati, che hanno ormai raggiunto dimensioni gigantesche. “Nel 1998 le multinazionali censite erano circa 60 mila e, nello stesso periodo, le 100 maggiori imprese multinazionali (quasi tutte localizzate in Europa, USA e Giappone) possedevano un esercito di quasi 12 milioni di dipendenti[19]”; un anno dopo, ben sei corporations vantavano un fatturato superiore al PNL di Polonia, Arabia Saudita e Sudafrica[20].

Ecco perché, oggi, la frase di Lenin “è già compiuta la ripartizione dell’intiera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici” dev’essere corretta sostituendo a “i più grandi paesi capitalistici” la locuzione “le più grandi imprese globali”; ecco perché, nel 1993, un manager di nome Schell poteva candidamente affermare: “L’altro giorno mi hanno chiesto che cosa penso della competitività degli Stati Uniti e ho risposto che non penso niente al riguardo. Alla NCR noi ci consideriamo una società competitiva a livello mondiale, a cui capita di avere la sede principale negli Stati Uniti.[21]

La distanza, anche culturale, dal mondo di cent’anni fa balza agli occhi: a differenza delle eliteeconomiche dell’epoca che, per quanto cosmopolite (e spesso colte), restavano strettamente legate al Paese d’origine, quelle odierne si presentano come apolidi, cittadine di un unico mondo – quello degli affari. Al pari dei direttori delle istituzioni finanziarie globali, il CEO Sergio Marchionne, italiano sradicato, è il tipico esemplare di questa nuova specie, anzi: di questa nuova classe, abituata ad impartire ordini ai sottoposti ed a trattare con sprezzante sufficienza i leader “eletti dal popolo”… un sovrano sempre più travicello.

Il termine “classe” (per essere precisi, “superclasse”) è stato da noi provocatoriamente utilizzato in un pezzo precedente, dedicato alle trattative tra Barack Obama ed i repubblicani per evitare il defaultUSA[22]: la identificavamo in “un nuovo ceto, formato da super ricchi, speculatori finanziari, altissimi funzionari e manager che incassano sempre e non pagano mai”. Può darsi che, per amor di polemica, si sia esagerato; quel che è certo è che i signori della globalizzazione assomigliano piuttosto a dei rentiers – peraltro estremamente attivi, visto che percorrono il mondo in lungo e in largo! – che ai capitalisti “classici”. In ogni modo, il potere che gestiscono è pressoché assoluto: non paghi di aver addebitato ai governi la crisi finanziaria da loro stessi provocata (2007), sono riusciti – manovrando accortamente il partito repubblicano e le moltitudini decerebrate del Tea party – a far ricadere per intero il peso della manovra americana sui ceti medio-bassi… e a screditare definitivamente l’irresoluto Presidente USA[23]agli occhi del mondo. Due piccioni con una fava!

Ora, a questi rentiers lo Stato nazionale va stretto come una camicia di forza (già ridotta a brandelli, comunque): lo reputano un intralcio al libero dispiegarsi delle energie economiche e, tra una picconata e l’altra, ispirano campagne sugli house organ contro la sua farraginosità[24], i suoi costi (spesa sociale, impiego pubblico), la lentezza delle sue decisioni. Ovviamente la questione è posta in maniera suggestiva ma intellettualmente disonesta: non si può comparare l’operato di una pubblica amministrazione a quello di un’impresa, perché esse tendono a scopi diversi, e specialmente perché la prima, prima di agire, deve ponderare attentamente tutti gli interessi in gioco, sia collettivi che individuali.

Inoltre, l’azienda – sia essa un laboratorio artigiano o una corporation – presenta un ulteriore vantaggio (per chi la guida): essa è organizzata in modo gerarchico, piramidale. In parole povere, l’azienda è una dittatura: come abbiamo già scritto, la democrazia si ferma ai cancelli della fabbrica. Assistiamo, dunque, ad un curioso paradosso: il singolo individuo (la stragrande maggioranza degli individui) è, ad ore alterne, cittadino e suddito. In realtà, è sempre più suddito, sempre meno cittadino – e tuttavia, ai finanzieri questo non basta ancora. L’indipendenza di giudizio, certi scatti di dignità e pretese danno fastidio; la stessa manfrina elettorale, i rituali invecchiati di una democrazia retrocessa a pura forma sono valutati uno spreco di tempo e denaro.

Se il modello vincente è quello aziendale, lo Stato deve trasformarsi in azienda (Berlusconi docet), o meglio: deve cedere il passo alle aziende, ed estinguersi quietamente. In fondo, l’emergere di un nuovo modello di relazioni produttive ed economiche causa, di regola, l’obsolescenza delle strutture politiche preesistenti.

Alla luce di quanto detto, il passaggio marxiano di cui, con gustosa ironia, Eric Hobsbawm si serve per commentare l’agonia dell’Unione Sovietica ben si presta ad illustrare il crollo dello Stato contemporaneo: “In una certa fase del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con le relazioni produttive esistenti, ossia, ciò che non è altro che l’espressione legale di queste, con le relazioni di proprietà entro le quali esse si sono mosse precedentemente. Da forma di sviluppo delle forze produttive queste relazioni si sono trasformate nelle loro catene. Entriamo allora in un’epoca di rivoluzione sociale[25]”.

Chiaramente, è difficile figurarsi finanzieri e multimilionari che scendono in strada per fare la rivoluzione: la dissoluzione dello Stato viene perseguita, oltre che attraverso attacchi speculativi alle sue finanze, foraggiando movimenti separatisti, aizzando le plebi contro le istituzioni ed istruendo la servitù politica sulle mosse da compiere. Un ruolo non secondario è giocato dalla propaganda mediatica, sorta di moderno catechismo diretto alle masse.

Si tratta, come si vede, di un processo lungo, non ancora giunto a conclusione – e, forse, non ancora irreversibile. Questo perché la diffusione capillare del sistema incontra, a tutt’oggi, alcuni ostacoli: Paesi come il Brasile, l’Iran, la Russia e la Cina oppongono una certa resistenza al dominio dei mercati. Tra tutti gli avversari, l’Impero di mezzo è il più insidioso e agguerrito – e non certo per l’ideologia comunista di cui ipocritamente si ammantano i suoi leader, convertitisi da tempo al capitalismo più sfrenato. La Cina è riuscita a combinare un’impetuosa crescita economica con il dirigismo statale: si comporta come unamultinazionale di prima generazione, il cui consiglio di amministrazione è formato dai tecnocrati “comunisti”. Sono questi ultimi, non i manager privati, ad elaborare strategie lungimiranti come quelle che, in apertura di XXI secolo, hanno portato all’espansione cinese nel continente nero[26]. In Cina, la politica controlla l’economia, non viceversa: per questo motivo, malgrado talune superficiali somiglianze, essa appare più compatta, meno fragile, delle potenze del primo Novecento.

Questo formidabile competitore suscita inquietudine nell’elite internazionale, che ha provato in vario modo – sinora vanamente – a destabilizzarne la solida struttura sociale. Per piegare i Paesi recalcitranti si è fatto ricorso, dall’89 in poi, a due tipologie di metodi: la pressione economica – di cui l’attacco speculativo è una subdola variante – ed il sostegno alle istanze “democratiche” (c’è pure un terzo strumento, la guerra, che però, nel caso specifico della Cina, non può essere preso in considerazione).

Giorni fa, commentando il “ritiro a vita privata” di George Soros, un noto corrispondente dagliStates[27] scriveva, con un candore che rasenta l’ingenuità: “Inviso a tanti critici di sinistra per il suo ruolo di grande burattinaio della speculazione. Stimato, e dagli stessi ambienti!, per l’appoggio prezioso ai dissidenti e ai movimenti democratici di tutte le latitudini (…) La sua fama diventa mondiale nel 1992, quando è “l’uomo capace di spezzare la Banca d’Inghilterra”. E’ il primo a capire in quell’anno che Gran Bretagna e Italia non possono reggere dentro il Sistema monetario europeo per il dissesto delle finanze pubbliche e il deficit di competitività. Le sue puntate speculative accelerano i tempi del tracollo di lira e sterlina. Ripete l’exploit nel 1997 quando è il primo ad avvistare – a provocare, diranno i suoi critici – la grande crisi finanziaria del sudest asiatico. (…) L’unica battaglia dove non ha mai voluto ammettere sconfitte, è quella in difesa dei diritti umani. (…) I fondi di Soros sono stati generosi verso tutti i movimenti democratici nell’Europa dell’Est, è sua la più grande donazione privata mai ricevuta nella storia da una università europea (Budapest). C’è ancora lo zampino della sua fondazione politica, l’Open Society Institute, dietro le “rivoluzioni arancioni” in Georgia e in altre repubbliche ex-sovietiche. Il governo di Pechino lo teme, vede “congiure” di Soros dietro ogni protesta dei dissidenti come la Carta 08.”

Al di là del fatto l’apprensione di Pechino è fondata, perché le congiure di questo individuo non meritano il beneficio delle virgolette, non v’è alcuna contraddizione tra le “puntate speculative” di Soros – che, avendo distrutto l’esistenza di innumerevoli milioni di persone, fanno di lui un criminale non meno pericoloso di Mladic e Gheddafi – e la sua presunta “filantropia”, visto che mirano al medesimo scopo: assicurare l’egemonia mondiale alla classe di cui il finanziere di origine ungherese è il degno campione. Può suonare buffo che la lotta per l’esportazione della democrazia (in Paesi terzi) sia finalizzata all’instaurazione di un sistema aziendalistico-totalitario (in Occidente), ma l’apparente incongruenza dimostra soltanto a quali vette di raffinato cinismo siano giunti i ceti dominanti.

In quest’ottica va letto anche il braccio di ferro tra Obama e i repubblicani, cui abbiamo già fatto cenno. I campioni dell’antipolitica USA avrebbero vinto in ogni caso: se il Presidente avesse calato le braghe, come puntualmente è accaduto, i privilegi dei super-ricchi sarebbero rimasti immutati, a spese della coesione nazionale; se avesse, come per incanto, scoperto la coerenza, un eventuale default avrebbe sì minato le fondamenta dello Stato americano, ma anche inferto un durissimo colpo al maggior creditore degli USA, che, per chi non lo sapesse, si chiama Repubblica Popolare Cinese.

Per farla breve, lo Stato conserverà una residua utilità – ma solo per la sua capacità di proiezione esterna e le spiccate attitudini gendarmesche – fintantoché lo scenario mondiale non si sarà “pacificato” in conformità ai desideri dell’elite; successivamente, parate e sventolio di bandiere assumeranno lo stesso significato folkloristico che hanno oggi le rievocazioni in maschera di episodi della storia medievale.

Se così stanno le cose – e che a noi piaccia o meno, stanno proprio così – è necessario interrogarsi su cosa può fare il movimento socialista per contrastare la “aziendalizzazione” del pianeta.

Senza pretendere di avere le risposte, proveremo ad offrire ai lettori – ed in special modo ai compagni della Sinistra – un paio di suggerimenti operativi.

Dal momento che il crollo dell’impalcatura statale seppellirebbe tutti noi, filistei compresi, i socialisti debbono cogliere ogni occasione per denunciare la deriva in atto, trasmettendo alle masse il messaggio che il welfare e i diritti sono lo Stato, e che essi vanno difesi ad ogni costo. Gli esecutori compiacenti del progetto “finanzcapitalista” vanno stanati, ovunque si annidino (non di rado, anche all’interno di partiti sedicenti “progressisti”), ed additati a quel che resta dell’opinione pubblica come nemici mortali. Le etichette[28] non contano più: siano le politiche, gli atti concreti, le stesse dichiarazioni (che sono atti, non scordiamolo, specie quando riguardano questioni delicate!) a distinguere, ai nostri occhi, il compagno dall’avversario. Soprattutto, non bisogna accettare arretramenti in nome del “non si può fare altrimenti”, perché il potere, quando dice “può”, intende “vuole”. Nell’oscurità delle sezioni di partito, forgiamo i nostri slogan: “tutti i derivati del mondo non valgono la perdita di un posto di lavoro!”; “nazionalizziamo le banche, bonifichiamo le borse, cancelliamo il rating!”…

Una difesa accanita serve a rallentare l’offensiva altrui, ma per vincere, poi, bisogna passare all’attacco. Urge quindi raccogliere le nostre forze, al momento tragicamente disperse. Senza un fronte unico delle Sinistre, a livello perlomeno europeo, uno sforzo anche generoso non approderebbe a nulla: l’unità d’intenti e l’elaborazione condivisa di un piano di ricostruzione socialista (anzitutto) del continente rappresentano priorità indilazionabili. A febbraio, concludendo la sessione mattutina del convegno di Livorno, l’autore del presente articolo auspicò una Zimmerwald del XXI secolo, vale a dire una riunione di tutti partiti, i sindacati e i movimenti che si oppongono alla visione neoliberista: ebbene, quella proposta è ancora attuale.

Fenomeni inattesi, come quello degli indignados in Spagna, la resistenza studentesca ai disegni reazionari in Gran Bretagna ed Italia e l’insurrezione greca contro i Quisling del Pasok (per limitarci all’Europa), ci indicano che è in atto un risveglio delle coscienze: l’esasperazione, tuttavia, è sovente una cattiva consigliera, e non può supplire all’assenza di una guida responsabile. I socialisti devono conquistarsi la fiducia delle masse consapevoli, persuaderle che i nostri ideali sono ciò per cui anch’esse si battono: che solo il Socialismo può garantire al popolo una vita decente, il primato dell’essere umano sull’economia e “Democracia Real Ya![29] “

L’enorme sviluppo, verificatosi negli ultimi sessant’anni, delle forze produttive, la loro internazionalizzazione e concentrazione in capo ad un numero relativamente esiguo di soggetti economici rendono, per molti versi, la situazione odierna più favorevole ai cambiamenti rispetto a quella di un secolo fa; certo, è venuta meno la coesione tra le classi subalterne, ma questa, in circostanze di autentica emergenza, può e deve riformarsi.

La corsa alla rivoluzione è iniziata, ma i lavoratori non hanno udito il colpo di pistola, e sono ancora fermi ai blocchi: tocca svegliarsi, e recuperare in fretta, perché se vince l’altro contendente non ci sarà ripescaggio.

 

Norberto Fragiacomo

Segretario della Lega dei Socialisti Nord-Est

 


[1] Tale formula suscitò le pesanti ironie di Marx ed Engels. Scrive quest’ultimo, nella lettera ad August Bebel del marzo ’75: “Secondo il senso grammaticale di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico.”

[2] Le quali, va detto, presero piede già durante la vita di Karl Marx, che su di esse si lasciò andare a giudizi sprezzanti – cfr. “Critica del programma di Gotha” (scritta nel ’75 e pubblicata da Engels nel 1891).

[3] Si veda la già citata lettera a Bebel, ma anche gli “Appunti sul libro di Bakunin Stato e anarchia” di Marx (1875) e l’”Anti-Dühring” di Engels (1878).

[4] Nell’opera fondamentale “Stato e Rivoluzione”, del 1917.

[5] Marx ed Engels preferiscono il termine “dominio”, ma la sostanza non cambia. Scrive infatti Engels, nella lettera a Bebel: “Finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dello schiacciamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi proporremmo quindi di mettere ovunque invece della parola “Stato,” la parola “Comune,” una vecchia eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese Commune.” (v. anche l’opera citata su Bakunin).

[6] Nell’opuscolo “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” (1918) così Lenin giustifica la dittatura del proletariato, definita “il passaggio meno doloroso al Socialismo”: “il proletariato non può vincere senza spezzare la resistenza della borghesia, senza reprimere con la violenza i propri avversari, e dove vi è <<repressione violenta>>, dove non vi è <<libertà>>, naturalmente non vi è democrazia.”

[7] K. MARX, Appunti…

[8] Quest’involuzione si spiega, più ancora che con l’indole sospettosa di Stalin e la sua disumana durezza, con l’incapacità dei bolscevichi di “esportare” il seme della rivoluzione nei Paesi europei più progrediti, Germania in testa. Nella visione di Lenin e Trotzky, l’Ottobre avrebbe dovuto rappresentare l’antipasto del banchetto rivoluzionario… ma, nonostante una lunga attesa, le altre portate non arrivarono mai. Circondata da Paesi capitalisti apertamente ostili, retrocessa a paria delle nazioni, la Russia sovietica dovette “fare da sé”: in simili circostanze, l’esigenza di una rapida industrializzazione apparve prioritaria rispetto a quella di costruire il Socialismo.

[9] Che, tra l’altro, influiva positivamente sui consumi.

[10] Inclusi alcuni tra i più influenti leader socialisti – cfr. E. HOBSBAWM, “Il secolo breve”, 1994.

[11] Indizi che un leguleio definirebbe “gravi, precisi e concordanti”…

[12] E quelli di Lisbona, Madrid ecc.

[13] In Italia abbiamo fatto la sua conoscenza grazie alla vicenda dell’”eroe” Quattrocchi.

[14] Per maggiori informazioni, si rimanda all’articolo di L. Troiano Blackwa(te)r: la sporca guerra dei contractors in Afghanistan, pubblicato sul sito http://www.vocidallastrada.com, di cui ci limitiamo a trascrivere un passaggio: “I “contractors”, ossia gli agenti delle compagnie private di sicurezza, sono soldati a tutti gli effetti, in quanto stipendiati dal Dipartimento di Difesa. Tuttavia, il loro reclutamento presenta dei vantaggi rispetto all’impiego delle forze regolari: costano meno, perché sotto contratto a termine, e hanno un minore impatto sull’opinione pubblica, in quanto “meno in vista” rispetto ai militari effettivi. E infine, il governo non è tenuto a ritirarli dal paese entro il termine previsto per l’esercito: insomma, restano finché il Pentagono li paga. L’esistenza di compagnie private alle quali sono affidati il servizio di sicurezza, nonché altri compiti una volta di competenza esclusiva dell’esercito è stata messa in luce dal cosiddetto Blackwatergate.”

[15] Cfr. http://www.difesa.it/Pubblicistica/info-difesa/Infodifesa140/Documents/Objective_force_warrior.pdf.

[16] Secondo A. VALLEBONA, “resta esclusa, dunque, per definizione l’impugnazione (della determina) per violazione di norme inderogabili di legge o di contratto collettivo relative al merito della controversia, secondo la disciplina generale dell’arbitrato irrituale di cui si è detto, qui rafforzata dal richiamo agli effetti della conciliazione, come tale non impugnabile per errore di diritto.” Fonte: http://www.professioni-imprese24.ilsole24ore.com.

[17] Si tratta de “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” di V. Lenin (1916).

[18] R. SOLBIATI, Tutto geografia economica, Istituto Geografico De Agostani, 2004, pagg. 19-20.

[19] Ibidem, pag. 20.

[20] Fonti: “Fortune” e World Investment Report, UNCTAD.

[21] Riportato da Eric Hobsbawm, ne “Il secolo breve”, 1994, pag. 471.

[22] http://www.mariannetv.eu/?p=223.

[23] Che si è rivelato nulla più che un parolaio senza principi, come iniziano ad ammettere, tra le righe, molti supporter della prima ora: v.http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/01/news/il_piave_di_obama-19857778/.

[24] Il problema non è tanto l’inefficienza della burocrazia, quanto la stessa esistenza dell’amministrazione pubblica, e la sua soggezione alla legge (principio di legalità).

[25] E. HOBSBAWM, ibidem, pag. 577.

[26] Per conquistare “le menti e i cuori” delle popolazioni locali, la Repubblica Popolare costruisce in loco, e poi “regala” ospedali, opere pubbliche ecc. E’ un neocolonialismo dal volto umano, che risulta particolarmente efficace.

[27] Cfr. Soros chiude il suo fondo “Restituisco i fondi, ho sbagliato” di F. Rampini, su “Repubblica” del 27 luglio 2011.

 

[28] A chi blatera di unità socialista “a prescindere”, ribattiamo lapidari: anche Hitler si definiva (nazional)socialista, ma nessuno, a sinistra, si è mai sognato di considerarlo un possibile interlocutore!

[29] E’ il motto degli indignados iberici (“Democrazia reale ora!” nella traduzione italiana).

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