Lo spartito, i suonati e i suonatori

Lasciati decantare per qualche giorno i «fasti» della manifestazione di sabato scorso, sicuramente riuscita, ma non «oceanica», sarà bene riflettere sulle prospettive e sulle conseguenze che si aprono al suo indomani.

Sicuramente è stato all’altezza dei suoi tempi migliori, in grande forma, ha affrontato tutti i grandi temi della politica attuale: dalla precarietà, vissuta ormai come tragica condizione esistenziale, alla questione delle alleanze, ringraziando Parisi (che francamente non avremmo mai immaginato potesse un giorno stare sul palco insieme a lui), rallegrandosi della presenza di Di Pietro, a dir la verità alquanto stonato su un palco in cui veniva sfoggiato addirittura un bel garofano rosso, da lui abbondantemente picconato fino alla sua demolizione definitiva (ma forse quello di sabato più che garofano era un crisantemo), e lanciando ogni tanto qualche velenosa frecciatina al grande convitato di pietra, e cioè Bersani. Una assenza la sua davvero emblematica, che ci lascia pensare ad una sorta di chiamata a raccolta di Nichi per il grande balzo delle primarie.

 

 

Naturalmente, nella congruenza delle contingenti geometrie variabili, la risposta del grande assente non si è fatta attendere con l’assioma: «Pensiamo all’Italia non alle candidature» e con il conseguente corollario: «Prima viene lo spartito e poi il suonatore». E’ chiaro che tutto ciò prelude ad ulteriori grandi manovre di un centrosinistra proiettato verso l’appuntamento elettorale che sono ormai in molti a dare per imminente, e cioè per la primavera prossima. Con tutti i poteri forti che si stanno rapidamente riposizionando e ci manca poco che, per questo, non si comprino addirittura lo spazio pubblicitario nelle stesse TV di Berlusconi, dopo le «grandi tirate» sui giornali. Questo ci fa capire quanto poco cambi in Italia con l’avvicendarsi dei vari governi.

 

Il PD è tuttora una sorta di pugilatore un po’ suonato e strabico, con un occhio languido  (quello di Letta) e un altro torvo e arrabbiato (quello di Fassina) verso la BCE. Dove guardino e cosa vedano tutti e due, Dio solo lo sa, ma è meglio non interrogarlo perché al suo posto potrebbe rispondere una come la Bindi.

 

Allora, caro Nichi, nonostante tu abbia dato fiato a tutti i tuoi polmoni e a tutte le trombe, sabato scorso, resti, a dir del gran capo, un suonatore senza spartito, precisando che non sappiamo se di «spartito musicale si tratti» o di «posto adeguatamente spartito» con altri, se di programma, o di collocazione ancora da definire, specialmente considerando gli umori di un futuro prezioso alleato come porebbe essere Casini.

 

Senza spartito uno però che fa?

 

Ovviamente se la canta e se la suona, ma se poi non lo fanno cantare davvero davanti ad un pubblico che possa staccare seriamente un biglietto ed applaudire di conseguenza (dando così seria consistenza alle primarie), cosa gli resta di più se non un graziosissimo piattino nella mano? Se poi il pubblico dei tradizionali afecionados, comincia pure a sentire puzza di fregatura (dato che non è generalmente abituato a puntare tutte le sue residue speranze sul centro), e per di più dopo essersi a lungo turato il naso, allora non resta davvero che la camera caritatis, e cioè l’affabulazione dell’amore, magari nel luogo del potere, insomma non l’evangelico grido dai tetti, ma un elegante e panoramico abbaino, da cui ogni tanto miagolare alla luna.

 

Sabato scorso non c’erano quattro gatti in piazza, ma quel «tocca a noi» se doveva essere rivolto ad un popolo, direi che ha avuto l’effetto di chiamare a raccolta un bel condominio, una volta tanto non più litigioso al suo interno, allegro, festoso e plaudente.. sì, però il popolo è un’altra cosa. Quello resta una questione riservata alla FIOM, alla CGIL, o al limite alla colorazione viola, e forse persino ai grillini parlanti, ai quali però, guarda caso, nessuno tira mai martellate.

 

Vedremo il 15 se un popolo c’è ancora, oppure se è già andato a nanna senza nemmeno farsi dare la buona notte, per ora resta il sorriso beffardo di Bersani che, evocando ancora il fantomatico «spartito», ci ammonisce: «siam mica qui a cantar la ninna nanna ai sette nani»

 

Se ancora  “tocca a noi”, a questo punto, forse non ci resta che “toccarci”..

 

C.F.

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