Fabbri delle nostre catene?

La crisi libica si sta avviando rapidamente verso una vera e propria guerra, l’ennesima alle nostre porte, dopo quella del Kosovo a cui abbiamo partecipato attivamente grazie alla intraprendente iniziativa dell’allora governo di centrosinistra, unico nell’Italia Repubblicana, guidato da un ex comunista che passerà alla storia come quello che governò per “fare la guerra” e a cui il maggiore generale americano di allora consegnò persino un trofeo, in segno di amicizia.


Già questo basterebbe e avanzerebbe per escluderlo dalla storia gloriosa della sinistra e del socialismo italiano, ma tant’è, che è ancora lì, molto vicino ai vertici del potere.

In quella occasione, come in Afghanistan tuttora, si intervenne con la scusa di porre fine alle stragi ai danni dei civili, ma presto, come dimostrarono i fatti sempre più evidenti in ogni guerra moderna, le stragi non solo non finirono, ma aumentarono e si estesero anche, con bombardamenti che tutto furono fuorché mirati, a vaste aree urbane, a infrastrutture, a centri televisivi, agli autobus, e naturalmente anche alle case dei civili inermi, senza alcuna distinzione.

Lo stesso perdura in Kosovo attualmente ormai da molti anni, è di pochi giorni fa la notizia che in un attacco aereo della Nato nella provincia di Kunar, in Afghanistan sono morti vari bambini. Pochi giorni prima un altro raid aereo ne aveva uccisi altri. La popolazione afghana non ne può più e protesta in continuazione, ma questo naturalmente nei media occidentali non viene detto, noi abbiamo il “manzolin in scatola”, per cena quotidiana.

Cosa dobbiamo dunque aspettarci tra non molto per la Libia se non il ripetersi di un tragico copione già purtroppo visto e stravisto, da più di dieci anni, in varie parti del mondo? Dobbiamo forse credere alla solita litania dell’intervento umanitario? Cosa c’è di “umanitario” in una guerra?

Nulla, una guerra, da che mondo è modo, e persino da quella di Troia combattuta per il controllo dei traffici di grano dal Mar Nero all’Egeo, si è sempre combattuta per fini economici.

 

Questa guerra non fa eccezione, ci si prepara a combatterla per il controllo dell’oro nero, del petrolio libico, in barba a tutte le contumelie della democratura di esportazione formato bomba gigante.

Più che una rivolta quella libica appare un golpe, perché contrariamente all’Egitto, la Libia non presenta masse urbane alla disperazione, e anche perché il regime, in stile paternalistico assistenziale, ha evitato che si diffondesse una miseria di massa, e poi soprattutto perché il Paese è in gran parte spopolato e non ci sono masse rilevanti di popoli che possano ambire a chiamarsi tali. La popolazione complessiva, anche sommando le aree desertiche in cui è difficile stimarla, arriva circa a quella di Roma.  I “pacifici” abitanti libici si sarebbero dunque trovati sotto il fuoco di pesanti bombardamenti? Beh, se questo fosse vero, sarebbero dunque già spariti del tutto.

In realtà si è trattato di una rivolta armata, la sola in grado di resistere, in questi casi, a lungo e a mezzi di reazione come quelli del regime libico.

Dunque un “golpe” militare con tutti i crismi meno quello della sollevazione democratica popolare.

A quale fine?

Da mezzo secolo (dai tempi di Mattei) l’ENI è in lotta con le multinazionali petrolifere americane, in testa la BP, per il controllo delle risorse energetiche del territorio libico e noi consumatori italiani non siamo stati poi del tutto esenti dal trarre, in termini di costi e benefici, vantaggi dalla presenza dell’ENI in Libia.

E’ ovvio che una riduzione del teatro libico a “terra di nessuno” in mano a bande tribali, porterebbe solo vantaggi a chi, anche altrove, si giova di tale instabilità politica solo per assicurare la sua presenza militarizzata intorno ai pozzi di petrolio, la cui ricchezza non andrebbe più minimamente ad avvantaggiare le popolazioni locali.

I pozzi gestiti dall’ENI sono già chiusi. Chi si avvantaggia da ciò? Da chi dovremo comprare altro petrolio da cui il nostro Paese dipende in tutto e per tutto, chi avrà così la scusa di rilanciare la costruzione nefasta di altre centrali nucleari, e pagando chi?

La figura di Berlusconi e del nostro governo con la Libia (ma un po’ ovunque) è penosa e grottesca, dopo un accordo definito storico con Gheddafi, dopo un impegno a “risarcirlo” a suon di decine di miliardi, dopo avergli consentito di piantare la sua tenda in uno dei parchi più belli di Roma, (impedendo ai romani di fruirne) e dopo avergli persino “baciato la mano”, ora il nostro premier si “accoda” da perfetto “yes man” agli “alleati” atlantici (scordando del tutto la nostra millenaria vocazione mediterranea) con una potenza politica inversamente proporzionale a quella tanto sbandierata delle sue “prestazioni machiste”, che al confronto fa apparire i Craxi e gli Andreotti del passato come dei veri e propri giganti nella strategia politica nel Mare Nostrum. Insomma cosa ha saputo fare Berlusconi per l’ENI? Considerando che è soltanto l’ENI, il detentore esclusivo e storico di ogni iniziativa della politica estera italiana, e che anche colossi come UniCredit, Impregilo e Finmeccanica, per i loro affari in Libia, si sono agganciati alla cordata dell’ENI? Evidentemente meno che nulla.

Si dice che oramai in campo internazionale faccia comodo a molti che l’Italia, con una sua posizione così cruciale e strategica nel Mediterraneo, abbia una premiership debole e screditata, ma sappiamo altresì che la migliore politica “neocoloniale” consiste proprio nel tenere in piedi regimi corrotti e facilmente ricattabili.

L’Italia, con un vero e proprio colpo di Stato, messo in atto dalla finanza internazionale assieme a settori nevralgici delle istituzioni collusi, dei vari governi e con la mafia, perse gran parte della sua sovranità nel 1992, iniziando la svendita di gran parte del suo patrimonio pubblico che è proseguita, senza soluzione di continuità, assieme alla privatizzazione di settori nevralgici come l’acqua, per tutti gli anni successivi, ed è stata messa in atto trasversalmente da governi di ogni specie. Da allora il nostro Paese, vedendo ancora crescere a dismisura il suo debito pubblico, ha iniziato a tagliare la carne viva dei cittadini (sempre gli stessi e super tartassati), con riduzioni enormi di servizi nel settore scolastico e sanitario. Ha continuato a spendere somme esorbitanti in guerre lontanissime dove tuttora muoiono in uno stillicidio senza fine i nostri soldati, o per “fuoco nemico” oppure per le conseguenze della esposizione alle radiazioni dell’uranio impoverito.

Adesso ci apprestiamo ad “accompagnare” i nostri rivali in campo petrolifero verso il saccheggio delle ultime riserve che avevamo a disposizione per poter un minimo rilanciare la nostra economia. Forniamo loro le basi militari che serviranno per sostituire la presenza dell’ENI con quella della BP o di altre multinazionali anglosassoni o francesi.

Ci apprestiamo a sostenere l’ennesima guerra con un Presidente della Repubblica che in qualità di Capo supremo delle Forze Armate, ne sarà di fatto corresponsabile (anche lui, guarda caso, un altro postcomunista).

Stiamo celebrando la nostra unità nazionale, il 150° compleanno della nostra Patria, con la sua svendita completa alla tirannide del profitto che ci ha ridotto a servi in casa nostra. Molte delle basi militari, specialmente navali, presenti nel nostro territorio infatti godono, sempre per opera del governo del 1999, presieduto da un postcomunista, di benefici extraterritoriali, di un assoluto segreto militare che spesso è molto probabile che copra traffici illeciti, in particolare di droga.

Mazzini diceva: “Finché, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete aver patria? La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo”.

Noi, oggi, continuando ad assistere inermi alla distruzione sistematica della Patria, rischiamo seriamente di essere non uomini, ma fabbri delle nostre stesse catene, per padroni-tiranni domestici e stranieri

C.F.

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