Convegno di studi: LA FIGURA DI GARIBALDI NEL PROCESSO DI UNIFICAZIONE ITALIANA. Monopoli, 20 settembre 2011

Discorso introduttivo di Giuseppe Angiuli

“Porgo un caloroso benvenuto a tutti gli astanti. Diamo inizio al convegno.

Gentili ospiti e cari cittadini,

inizia ad imboccare la sua fase conclusiva quest’anno di celebrazioni in concomitanza col centocinquantenario del raggiungimento dell’unità nazionale.

A dispetto della presunta e apparente unanimità di entusiasmi che in quasi tutte le nazioni solitamente fa da contorno a questo tipo di ricorrenze, è inutile nascondere che il nostro Paese ha vissuto – e sta vivendo – questo 150° anniversario in un clima di malcelata freddezza e di palpabile disincanto emotivo.

Accanto alle spinte di marca nord-leghista, dichiaratamente rivolte, ormai già da qualche lustro, ad innescare un processo di sfarinamento dell’Unità nazionale, nel periodo più recente si è altresì assistito all’emersione di un sempre più diffuso sentimento di disaffezione, anche da parte delle genti meridionali, verso l’idea stessa di nazione italiana; sentimento spesso accompagnato da una rilettura storiografica altamente critica dei principali eventi attraverso i quali ebbe a compiersi il processo risorgimentale, a partire dalla rivoluzione partenopea del 1799 per giungere all’episodio della presa di Roma del 20 settembre 1870, che poc’anzi abbiamo voluto ricordare con la deposizione di una corona di fiori.

 

Alcune tesi storiche affacciatesi in questi ultimi tempi hanno mirato a fornire una lettura del Risorgimento completamente rovesciata rispetto a quella a cui eravamo stati abituati tutti quanti fin dalla lettura dei fondamentali libri di testo della nostra scuola dell’obbligo.

 

In particolare, tra noi meridionali, sta prendendo sempre più corpo una vulgata che descriverebbe le genti del Sud quali meri spettatori passivi – se non vere e proprie vittime – del processo di unificazione italiana, i cui esiti avrebbero portato soltanto morte e miseria alle genti meridionali, spogliandole di un passato borbonico spesso descritto avventatamente come perfetto sinonimo di prosperità economica e progresso civile.

 

Primo obiettivo di chi ha voluto organizzare il convegno di oggi è pertanto quello di tracciare una linea di demarcazione e di trincea a difesa dei principali valori del Risorgimento italiano: in sintesi, noi riteniamo che se è pienamente legittimo consentire al revisionismo storiografico di compiere una rilettura libera ed inedita dei vari episodi (invero non tutti onorevoli) che accompagnarono il processo di cosiddetta “piemontesizzazione” del Meridione, non può incontrare altrettanta accoglienza ogni tentativo di aprire le porte a sentimenti di nostalgia verso l’assolutismo borbonico e verso i suoi aspetti più retrivi, quali furono il suo ordinamento economico di tipo tardo-feudale , la sua totale esclusione della borghesia e delle masse lavoratrici dalla gestione della cosa pubblica e la sua indebita fusione con il potere ecclesiastico dell’epoca.

 

In altre parole: sì al revisionismo ed alla libera ricerca storica; sì al tentativo di perfezionare gli studi sul fenomeno del brigantaggio; sì alla denuncia degli eccessi e di alcuni crimini di cui si resero protagoniste le truppe piemontesi negli anni immediatamente successivi al 1861; ma NO fermo ad ogni tentativo di esaltazione anacronistica dell’ancien regime borbonico, consapevoli del fatto che diverse forze – alcune di esse in forma occulta – sono oggigiorno strenuamente impegnate a strumentalizzare antichi rancori ed a soffiare sul fuoco del risentimento e della frustrazione delle genti meridionali per finalità non certo commendevoli: l’obiettivo non nobile (e nemmeno poi così tanto nascosto) è quello di minare alla radice il senso di appartenenza di noi meridionali alla nazione italiana.

 

In tempi di incertezze e di viva instabilità nel quadro politico mondiale, in un momento in cui il processo di affiliazione europea ha peraltro privato le nostre istituzioni governative di importanti poteri e prerogative (specie in ambito economico-finanziario ed in politica estera), o noi acquisiremo presto la consapevolezza del pericolo costituito da tali manovre disgregatrici oppure rischieremo ben presto di fronteggiare da vicino pericolose nuove e gravi spinte centrifughe dalle forme e dagli sbocchi oggi imprevedibili.

 

Il nostro tentativo di mantenere vivo, soprattutto qui nel Meridione d’Italia, un senso di appartenenza alla nazione, trova nella figura di Giuseppe Garibaldi uno dei più importanti punti di riferimento per la nostra identità collettiva: in un momento in cui il revisionismo storiografico, come dicevo poc’anzi, compie a volte delle discutibili operazioni vittimistiche, e spesso mira a confondere fatti, persone e singole responsabilità negli eventi ottocenteschi, ci appare dunque necessario andare più a fondo nella conoscenza della vita e del pensiero politico dell’Eroe dei due mondi, che a mio sommesso avviso costituisce indubbiamente la figura più limpida e rispettabile della storia del nostro Risorgimento.

 

Grande idealista, fervente repubblicano, nemico di ogni forma di tirannia, Giuseppe Garibaldi seppe vivere tutta la sua vita all’insegna di una indomabile coerenza di idee e di comportamenti; il suo realismo politico lo portò in molte occasioni a cedere su alcuni obiettivi tattici da lui intimamente perseguiti ma mai a compromettere i suoi più profondi convincimenti etici e valoriali.

 

Dopo la spedizione dei Mille, congedato frettolosamente da Vittorio Emanuele II, anche quando egli avrebbe potuto dormire sugli allori o limitarsi a ricevere le benemerenze e le lusinghe di casa-Savoia, la sua rara onestà intellettuale lo portò a prendere le distanze da tutto ciò che non condivideva nelle scelte del potere centrale oltreché a denunciare in ogni modo possibile le ingiustizie e le iniquità che in molti casi inficiarono il cammino di consolidamento dello Stato unitario.

 

Amareggiato per le condizioni culturali e materiali delle genti meridionali nel periodo post-unitario, in una lettera confidenziale scritta all’amica Adelaide Cairoli, nel 1868, Garibaldi sfogava le proprie amarezze con le seguenti parole: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

 

Il qui presente avvocato Nino d’Ambra, che saluto, e che con grande generosità ha voluto raggiungerci dall’Isola di Ischia dove risiede, è uno dei più eminenti studiosi viventi di storia garibaldina; autore di uno tra i più ricercati volumi sulla vita dell’Eroe dei due mondi (“Giuseppe Garibaldi, cento vite in una”, pubblicato nel 1983), dirige presso Forio d’Ischia un centro di ricerche storiche molto fiorente e può fregiarsi per essere discendente in linea retta del Notaio Giovanni d’Ambra, che nel 1864 ospitò Garibaldi presso l’isola d’Ischia in un momento di riposo e di cure termali per il generale; l’avv. d’Ambra ci farà vivere da vicino, nella sua relazione, il fecondo rapporto tra Garibaldi patriota e condottiero militare e le popolazioni meridionali nell’imminenza della proclamazione del Regno d’Italia.

 

Successivamente, al prof. Nicola Colonna (che ringrazio per avere anch’egli accettato l’invito ad essere qui) toccherà il compito di inquadrare e mettere a fuoco il pensiero politico di Garibaldi, il quale si innamorò fin da giovanissimo delle idee del filosofo francese Henri de Saint-Simon, improntate ad un socialismo di tipo utopista ed umanista. Non tutti sanno che Garibaldi fu tra i primi socialisti italiani a manifestare la sua adesione ideale alla Associazione Internazionale dei Lavoratori, fondata da Karl Marx e Friedrich Engels, di cui però non condivise il programma collettivista. A proposito della Prima Internazionale, in una lettera tratta dal suo epistolario, Garibaldi sintetizzò la sua visione dei rapporti di classe con le seguenti parole: “Una società ove i più faticano per la sussistenza ed ove i meno, con menzogna o con violenza, vogliono la maggior parte dei prodotti dei primi, senza sudarli, non deve suscitare essa il malcontento e la vendetta di chi soffre”?

 

Prima delle relazioni, darò la parola per un saluto alla prof.ssa Bianca Tragni ed a Franco Bartolomei, che pure entrambi ringrazio, per averci raggiunto, rispettivamente, da Altamura e da Roma.

La prof.ssa Tragni ci porterà il saluto ufficiale del Comitato regionale per i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, da lei presieduto e che ha voluto riconoscere questo appuntamento all’interno del calendario delle celebrazioni di quest’anno.

 

Franco Bartolomei interverrà quale Segretario nazionale della Lega dei Socialisti, una associazione politico-culturale di recente costituzione, presente su tutto il territorio nazionale, la quale persegue l’ingrato ed arduo compito di provare a ridare fiato ed anima ad una delle più antiche e nobili culture politiche del nostro Paese, caduta nel quasi totale oblio da ormai quasi un ventennio. Questa serata, accanto all’obiettivo di far conoscere meglio Garibaldi, costituisce dunque l’occasione di presentare a voi tutti questa nuova realtà politico-culturale, la Lega dei Socialisti, con la consapevolezza che, in momenti di crisi d’identità – quale oggi noi indubbiamente viviamo – non può che farci bene l’andare a riscoprire le radici di un pensiero e di un’azione degna d’altri tempi ma in realtà, a ben vedere, ancora oggi di viva attualità.

 

Riscoprire il Garibaldi-patriota e il Garibaldi-socialista ante litteram potrà quindi essere d’aiuto a tutti noi e soprattutto ai più giovani tra noi, per permetterci di ritrovare fiducia e speranza nel futuro.

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