150° anniversario dell’Unità d’Italia

Ricordare oggi il 150° anniversario dell’Unità d’Italia non è semplicemente un atto celebrativo o, peggio, scontatamente retorico: proprio in uno dei momenti più bui almeno della nostra storia repubblicana, quando i motivi della nostra coesione nazionale sembrano venir meno, mentre ogni giorno le ragioni della solidarietà sociale e fra i cittadini paiono offuscarsi o venir considerati desueti, non più “ al passo con i tempi “, proprio adesso è necessario, è doveroso,  riaffermare con forza che l’unità della Nazione per cui tanti diedero la vita costituisce adesso più che mai fondamento non rinunciabile.


 

Certo, non intendo far appello ad un’unità acritica ed indistinta: i motivi di divisione sono molti e nascono da fatti reali. La coesione va costruita, o, forse, ricostruita, su di un progetto, reso vivo e credibile da valori, condivisi, si, ma anche dirimenti. Essi trovano nella nostra Costituzione la sintesi più alta e non sono in nessun modo negoziabili. Appartengono a tutti, ma nessuno ne può rivendicare la titolarità esclusiva e neppure parziale.

Il Risorgimento non è stato solo lotta per l’indipendenza, ma anche battaglia per la cittadinanza e la libertà; senza di che si sarebbe risolto in uno dei tanti funesti nazionalismi che funestarono il corso successivo della Storia, in particolar modo nel Novecento.

Questa parola, cittadini, ci viene da lontano, dalla Rivoluzione Francese, che pur con le sue tragedie e i suoi orrori, costituisce però uno spartiacque storico epocale, tale da non potersi, né da doversi dimenticare mai. Le idee sottese nel concetto di cittadinanza, anche se l’esito reale del progetto fu all’inizio assai diverso da quanto voluto e sperato, si trasferirono all’interno del processo costitutivo del nostro Risorgimento.

Per troppo tempo si è volutamente ignorato, nelle celebrazioni ufficiali, ma anche da una parte della storiografia, e fin nei libri di testo per le scuole, che il motivo dell’indipendenza fu, fin dall’inizio strettamente unito a quello della libertà di pensiero, cui consegue la ragione della libertà politica e dell’individuo come conseguenza imprescindibile e necessaria.

Naturalmente, non va ignorato che, oltre alle luci non mancarono neppure le ombre: il Risorgimento non è stato un fatto monolitico e il modo in cui fu portato a compimento giustamente ha fatto parlare di “ Rivoluzione incompiuta “ o anche, sebbene in maniera del tutto corretta di “ annessione sabauda” Ciò, però riguarda più l’esito finale che le intenzioni iniziali.

Fin dal principio vi fu chi coniugò la battaglia per l’indipendenza e le libertà civili e politiche a quella per la giustizia sociale e il rispetto per le peculiarità locali: due nomi possono valere per tutti, Cattaneo e Pisacane. Federalista l’uno nell’unità ( e allora sarebbe stato atto di lungimiranza, considerando la diversa specificità delle realtà italiane ) l’altro attento ai bisogni di quel Mezzogiorno, ignorati o disattesi i quali,  si determinò poi di un infausto compromesso fra latifondisti locali e la nascente grande industria del nord, fonte di molte sciagure della nostra storia successiva. Socialisti entrambi, nel senso ampio, ma autentico del termine, perché convinti entrambi che l’indipendenza, la libertà politica e civile, senza l’equità sociale sarebbero state solo dichiarazioni di principio, un processo incompiuto o un’indicazione vuota di contenuti reali.

Libertà di pensiero, libertà politica e civile, dignità del lavoro, autonomia municipale e per questo indipendenza nazionale , furono parole d’ordine chiave presenti come elementi costitutivi all’interno del processo risorgimentale, anche se in maniera spesso contraddittoria o incompiuta. Alcune questioni restarono nell’ombra, ma furono comunque poste.

Il resto della Storia è noto: lo stravolgimento successivo del senso stesso del Risorgimento, l’egoismo di alcuni, l’opportunismo e la cecità di molti portarono, dopo l’immane bagno di sangue della Prima Guerra mondiale, alla tragedia del Fascismo sfociata con la partecipazione a fianco del Nazismo alla Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, anche in quell’ora buia e disperata, quando tutto sembrò perduto, i valori che dal Risorgimento in poi, arricchiti di nuovi significati e mai sopiti, si erano preservati intatti, ad onta di ogni distorsione e di ogni colpevole cecità, seppero imporsi.

La Resistenza-_ seppure fra luci ed ombre anche in questo caso ( ma ciò, vale ricordarlo contro ogni denigrazione interessata, e connaturato a qualsiasi processo storico ) _  non solo salvò la dignità della Nazione, ma portò a compimento Proprio il risorgimento.

La Costituzione repubblicana della nuova Italia, la cui attualità è validata precisamente dagli odierni, ignobili e tenaci tentativi di stravolgerla a vantaggio di pochi o di cancellarla, fu allora il più alto momento della nostra  Storia recente e, direi, anche di quella passata, e costituisce oggi il fondamento partendo dal quale cementare un nuovo e diverso patto politico, civile e sociale fra Italiani, senza di che sarà stato tutto vano.

E’ necessario rendere operante la Costituzione in tutta la sua pienezza: fu opera di forze diverse, poi in seguito anche aspramente contrapposte fra loro, ma in vista di un orizzonte più ampio, la sintesi fu operata con senso di responsabilità e di rispetto per i valori di tutti che manca, purtroppo alle attuali classi dirigenti.

Libertà di pensiero, libertà politiche e civili, centralità e dignità del lavoro, unità della Nazione nel rispetto pieno e non ambiguo delle differenze: questo il lascito di chi venne prima di noi con annesso un terribile monito: chi ignora e dimentica la Storia è condannato a ripeterla a partire dalle sue nefandezza.

Ora, più che mai, Risorgimento, Resistenza Repubblica!

Gianluigi Rizzon

Lega dei socialisti del Nord-Est

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