ACHILLI: PER RIDURRE LO SPREAD OCCORRE UN MODELLO DIVERSO DI EUROPA

Sul probabile intervento anti-spread della BCE interviene Riccardo Achilli, menbro del direttivo nazionale della LdS.

“Si sta, forse, realizzando un accordo sull’intervento antispread della Bce in cui le operazioni di acquisto di bond potrebbero essere sterilizzate: sarebbe un paletto della Germania ad un possibile quantitative easing, privo di effetti reali, poiché siamo vicini ad una “trappola della liquidità”. Le banche tesaurizzano la liquidità ricevuta anziché metterla in circolo, come dimostra l’impennata dei deposit facility accesi dalle banche europee presso la Bce dopo l’Ltro del 2011. La domanda di credito, peraltro, è debolissima, anche se i tassi di interesse sono ai minimi. Quindi, come tutte le volte in cui la curva LM è orizzontale, un q.e. non produce effetti sull’economia reale.

Peraltro, lo spread fra Btp e Bund può essere attribuito solo in parte ai fondamentali macroeconomici e fiscali; secondo Bankitalia, sarebbe dovuto soprattutto alla percezione, da parte dei mercati, del rischio che l’area-euro si spacchi, per cui è meglio investire in titoli di Paesi finanziariamente robusti (nei quali, in caso di cessazione dell’euro, la valuta nazionale si apprezzerebbe) e disinvestire da Paesi in cui la valuta nazionale si deprezzerebbe. In un contesto simile, fare una operazione antispread solo acquistando titoli a breve scadenza, come sembra configurarsi l’accordo sull’intervento della Bce, è inutile e controproducente: lo spread da rischio di crollo dell’euro si concentra soprattutto sui titoli a lunga scadenza. Inoltre, le aste dei Btp potrebbero subire la concorrenza di quelle dei Bot, considerati meno rischiosi grazie all’intervento Bce su questi ultimi.

In realtà occorre togliere ai mercati l’idea che l’euro possa crollare, creando un’area monetaria credibile, per i seguenti elementi (Kenen, 1969):

– integrazione fiscale (e quindi mutualizzazione del debito pubblico, in un contesto controllato);

– trasferimenti pubblici dalle aree ricche a quelle povere, in grado di uniformare la domanda aggregata;

– elevata mobilità del lavoro, mediante formazione continua, legislazioni del lavoro uniformi e un welfare a sostegno della domanda anche in caso di  disoccupazione;

– omogeneità nella produttività totale dei fattori fra gli Stati membri, tramite investimenti pubblici soprattutto nelle aree deboli, ma anche nazionalizzazioni nelle reti e nei settori strategici, creando campioni pubblici europei (detenuti cioè da una pluralità di Governi degli Stati membri).

Tutto ciò presuppone il recupero della programmazione pubblica, uscendo da una cultura erronea secondo cui lo Stato, al massimo, può correggere alcuni fallimenti di mercato nel processo walrasiano di raggiungimento di un ipotetico equilibrio di lungo periodo da parte dei mercati.  Intanto lo Stato, di fronte a mercati lasciati liberi, finisce in posizione di subordinazione rispetto agli interessi economici, e non può più svolgere il ruolo di regolatore: l’attuale crisi finanziaria è nata da un difetto di regolazione. Inoltre, storicamente il capitalismo non ha mai raggiunto nessun equilibrio di lungo periodo.

Ma il nuovo processo programmatorio dovrà essere bottom-up, coordinando gli obiettivi produttivi delle imprese, co-decisi con i lavoratori, con le esigenze dei consumatori, dell’ambiente e del lavoro, coentemente con il contesto generale.” Conclude Achilli “Per ridurre lo spread occorre un modello diverso di Europa, senza fiscal compact, che promuova la crescita in un quadro di solidarietà, anche con politiche di spesa pubblica produttiva.”

 

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